Interferenze e perturbazioni: dal laboratorio alla psiche alla pagina poetica.
Quando due onde ‒ luminose, sonore, marine ‒ si incontrano nello stesso punto dello spazio-tempo, non passano una dentro l’altra come ombre: sommando ampiezze e fasi danno origine a regioni di intensità amplificata o cancellata. È il fenomeno dell’interferenza, rivelato per la prima volta in modo sistematico da Thomas (forever) Young (1801) con la celebre doppia fenditura. La perturbazione, invece, è il termine con cui la fisica descrive una deviazione da uno stato ideale; la carezza o il colpo che, agendo sul sistema, ne altera lo stato. In meccanica newtoniana ciò equivale a un corpo che riceve un impulso laterale; in elettromagnetismo, a un campo che disturba un altro campo. Interferenza e perturbazione sono voci diverse della stessa grammatica dell’interazione: entrambe raccontano che nulla è davvero isolato.
L’orizzonte quantistico
Con l’avvento della meccanica quantistica l’interferenza diventa vertigine: l’elettrone non “fa la scelta” tra una fenditura e l’altra, coabita in una sovrapposizione di possibilità. Il pattern d’ombre e luci sullo schermo non è più soltanto la firma di un’onda, ma la prova ontologica che il reale, a scale subatomiche, esiste in stati multipli finché un atto di misura ne cristallizza uno solo. Le perturbazioni, in questo contesto, costituiscono l’ossatura di interi metodi di calcolo: l’approccio perturbativo di Dyson espande l’evoluzione di un sistema in serie di contributi via via più piccoli, come se l’universo fosse un tessuto che si increspa a ordini successivi. Il vuoto non è silenzio, ma schiuma di fluttuazioni pronte a diventare particelle-fantasma.
Interferenza come validazione del segnale
In elettronica e telecomunicazioni si parla di interferenza costruttiva per indicare fasi coerenti che potenziano l’ampiezza desiderata: il segnale “passa l’esame” proprio grazie all’interferenza. Un laser produce luce coerente perché miliardi di fotoni oscillano in sincronia, confermando a vicenda la propria esistenza: se il pattern d’intensità non collassa, il canale è affidabile. La vedi, la poesia, in questo? Io, sì. La stessa logica retroilluminava, in un laboratorio di Bell nel 1964, gli esperimenti sull’entanglement: la correlazione tra fotoni gemelli si rendeva visibile attraverso frange di interferenza, dimostrando la validità non solo del segnale, ma dell’intero impianto teorico della non-località. E ora la vedi ancora, la poesia? Io, sì. È come se in questa interazione, non importa quanto disturbante, ci fosse una sorta linfa primordiale. Se penso alla morte, mi rendo conto di come sia simile al contrario: niente perturba più, niente muove o si muove. La morte è la fine dell’incontro.
Un’eco nell’animo umano
Spostando il diaframma dall’osservabile al vissuto, l’interferenza diventa la trama di voci che si sovrappongono dentro di noi. Ricordi, desideri, paure: ogni pensiero è un’onda che incontra altre onde, generando regioni di risonanza o di cancellazione emotiva. La psicologia dinamica lo chiama conflitto, la fenomenologia di Merleau-Ponty lo vede come chiasmo: intersezione che non annulla, ma complica, intensifica. Le perturbazioni, sul versante affettivo, somigliano a improvvisi scarti di campo ‒ lutti, amori, malattie, svolte improvvise ‒ eventi che distaccano il contorno del sé dalla sua traiettoria abituale e introducono una deviazione irreversibile. Sarebbe carino parlare di Simmel, a questo punto, ma lo lasciamo da parte (per ora).
Trasmutare il disturbo in poesia
La scrittura poetica orchestra le interferenze senza eliminarle. In ogni verso l’autore modula consonanze e dissonanze semantiche: una parola si carica del rumore di fondo di tutte le altre parole che potrebbe essere (e non è). Il poeta, diceva Paul Valéry, è un “operatore di risonanza”: sceglie quali echi enfatizzare, quali tacitare, fino a ottenere un pattern che risulti emotivamente vero. La perturbazione, allora, è la piccola frattura d’ordine che impedisce al testo di chiudersi in un’ovvietà: una cesura di senso che costringe il lettore a riassemblare il reale.
Il perturbante: genealogia di un sentimento
Quando le interferenze psichiche superano una certa soglia di riconoscibilità nasce il perturbante, das Unheimliche. Sigmund Freud lo descrisse nel 1919 come il ritorno di qualcosa di rimosso, familiare eppure straniero. Prima di lui, Ernst Jentsch aveva parlato di uno spiazzamento cognitivo che confonde l’essere vivente con l’automa. Dopo Freud, il perturbante ha sedotto Lovecraft, Lacan, Derrida, approdando al cinema di David Lynch e alla fotografia di Francesca Woodman. È un coacervo di interferenze tra noto e ignoto, fra interno ed esterno, che mette in crisi la forma mentis dell’identità stabile e apre varchi al possibile.
Una linea genealogica che precede Freud
Sebbene l’immaginario colleghi il perturbante (das Unheimliche) soprattutto alla psicoanalisi, il lemma fece la sua comparsa in filosofia già nell’Ottocento: Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, nella Filosofia della mitologia (1837), definiva “unheimlich” «ciò che doveva restare segreto e nascosto e invece affiora alla luce». In Schelling il perturbante è il contraccolpo di un’“origine rimossa” che irrompe nell’epoca della chiarezza olimpica, incrinando l’armonia apparente del mito classico.
Ernst Jentsch e la prima anatomia psicologica
All’inizio del Novecento Ernst Jentsch pubblica Zur Psychologie des Unheimlichen (1906), dove analizza l’incertezza cognitiva prodotta da «qualcosa di familiare che si rivela irrimediabilmente estraneo», prendendo a esempio la bambola Olympia dei racconti di E. T. A. Hoffmann. Per Jentsch, il perturbante nasce quando non possiamo stabilire con certezza se un ente sia vivo o inanimato, umano o automa.
Freud c’ha messo del suo
Nel saggio Das Unheimliche (1919) Sigmund Freud sviluppa la suggestione jentschiana mostrando che il perturbante scaturisce dal “ritorno del rimosso”: ciò che era intimo (heimlich) diventa estraniante quando riemerge travestito, dalla fobia dei doppi alla pulsione di morte. Freud trasforma così una vaga categoria estetica in dispositivo psicoanalitico per sondare il legame fra familiare e terrifico.
Martin Heidegger: l’esistenziale dell’«inquietante non-casa»
In Essere e Tempo (1927) Martin Heidegger trasla l’unheimlich dal sentimento al modo d’esistenza: l’esserci è «fuori casa nel mondo», continuamente destato da un’angoscia che lo rende cosciente della propria finitezza. In questa ottica, il perturbante non è un episodio emotivo, ma la condizione strutturale di ogni esistenza autentica.
Jacques Lacan: il ritorno della cosa
Anche Jacques Lacan affronta l’unheimlich, che per lui coincide con l’irruzione della chose ― oggetto ancestrale che sfugge alla simbolizzazione ― e si manifesta come slittamento dell’immaginario, dall’automa che parla alle figure dello specchio scomposto. Il perturbante diventa sintomo topologico: punto in cui il soggetto percepisce il vuoto attorno a cui è tessuta la sua identità.
Julia Kristeva e l’abiezione
Nella sua teoria dell’abietto (Powers of Horror, 1980) Julia Kristeva intreccia perturbante e repulsione corporea: ciò che un tempo fu parte di noi (sangue, escremento, cadavere) ritorna come segno dell’eterogeneo, generando spaesamento radicale.
Jacques Derrida: la spettralità dell’essere
Con Jacques Derrida l’unheimlich si fa “hauntologia”: in Spettri di Marx (1993) il filosofo sostituisce all’ontologia la logica del fantasma «né presente né assente, né vivo né morto», che turba ogni pretesa di piena presenza. Il perturbante diventa così la cifra di un tempo disarticolato, visitato da revenants1 che obbligano il pensiero a ripensare la propria dimora.
Slavoj Žižek e l’orrore del reale
Nel solco lacaniano abbiamo la rilettura del perturbante a opera (dell’altrettanto perturbante) Slavoj Žižek. Qui, fra un tic e l’altro, il perturbante diventa “orrore del reale”: nell’attimo in cui il velo simbolico si lacera, il soggetto intravede il nòcciolo impossibile della realtà, esperienza che il cinema horror rende tangibile.
Filo continuo di un concetto irrisolto
Questo Sturm und Drang perturbante ci accompagna come ineludibile emergenza (nel senso letterale della parola): segna il punto in cui il conosciuto si contorce e rivela la sua latenza. È come se volesse ricordarci la nostra impossibilità di sentirci definitivamente a casa nel linguaggio e nel mondo. Questa inquietudine, però, è anche la soglia necessaria per un affaccio sulla creatività. Il pensiero trova nuovo respiro quando riconosce la propria dimora precaria. È come quando prendi una botta scivolando e, negli attimi in cui ti manca il respiro, la tua attenzione va proprio lì. (Le mie cinque costole incrinate sono state determinanti nella formulazione di questo paradosso — e le ringrazio per non essersi rotte).
Una coda in prima persona
Mi chiedo quale frangia di interferenza abbia forgiato la mia voce di oggi: forse il lutto recente, forse la simbiosi interrotta che ora diventa libertà. Ogni perturbazione che mi attraversa conferma un’identità in continua revisione: l’io come interferometro decisamente ammaccato, la psiche come esperimento di Young replicato all’infinito. Scrivere, allora, resta la mia strategia minima per misurare il disturbo e accogliere la bellezza (smisurata) che ne deriva.
L’interferenza è la prova che il mio messaggio esiste, perché altre presenze lo modulano (e mi mettono al riparo dal solipsismo). La perturbazione è plurale nella comparsa dei fenomeni, ma per il mio cuore non è mai sintomo, non è mai guasto. Così, il mondo mi ricorda che l’esistenza è fatta di sovrapposizioni mondo e il pensiero sono fatti di sovrapposizioni e che il compito della poesia, se ne ha ancora uno, è quello di dare forma a queste onde intrecciate, senza annullarne la complessità.
1L’etimologia della parola revenant deriva dal francese antico, per la precisione dal participio presente del verbo revenir, che significa “tornare”. Nel folklore è una creatura non viva e non morta. Il vampiro, per esempio, è un revenant.

