LLM, in un certo senso.

Token e Intelligenza Artificiale. Unità minima del sentire.

Nata in ambito educativo e comportamentale, la token economy è una tecnica di rinforzo: si assegna un gettone (token) ogni volta che un comportamento desiderato si manifesta. Questi token, accumulati, possono essere scambiati con premi tangibili. È un sistema di motivazione simbolica, dove il valore non sta nel gettone in sé, ma nel suo potere di rappresentare qualcos’altro: riconoscimento, ricompensa, ordine.

La parola token affonda le radici nell’inglese antico tāc(e)n, che significava “segno, simbolo, evidenza”. Deriva dal proto-germanico taiknam, legato all’idea di “marcare, indicare”, ed è imparentata con il tedesco Zeichen (segno) e l’olandese teken. Un token è dunque un segno che si offre come prova, un indizio che veicola presenza anche in assenza. Un surrogato della realtà che si fa garante simbolico.

In economia comportamentale, il modello si espande

I token diventano strumenti per condizionare scelte, orientare decisioni, costruire routine. Sono incentivi semiotici, ingranaggi discreti nel motore della previsione. Non impongono, ma suggeriscono. Tracciano un sistema implicito di premi e attese. Funzionano perché promettono. E promettono perché ci danno un’illusione di controllo sulla realtà. Se mi comporto in questo modo, allora otterrò questo risultato. Nessuna società è rimasta immune dalla token economy: basti pensare alla tradizione karmica. Secondo la dottrina orientale, infatti, ogni azione produce inevitabilmente una conseguenza che ritorna indietro all’agente, stabilendo una legge implicita di causa-effetto. Come il token, il karma non si limita a regolare ma promette ordine morale e prevedibilità cosmica: comportarsi bene porterà bene, comportarsi male produrrà sofferenza. Entrambi sono meccanismi per semplificare e gestire l’imprevedibilità del mondo, dando senso e struttura a ciò che altrimenti apparirebbe caotico e incontrollabile.

Spesso si parla di token anche nell’intelligenza artificiale per descrivere unità minime di senso, frammenti lessicali che l’algoritmo riconosce, pesa, ricompone. Un token, per un modello LLM, è la più piccola unità testuale su cui avviene il calcolo delle probabilità di generazione del testo. Può essere una parola intera, una parte di parola, o persino un carattere di punteggiatura.

Un token non corrisponde necessariamente a una parola intera o a un concetto definito: non è legato direttamente al significato o alla semantica, ma è semplicemente un’unità di misura per il testo digitale. È la moneta con cui i modelli linguistici comprano comprensione: computano, predicono, generano. È una forma di economia cognitiva: dividere per comprendere, sezionare per simulare.

Token nell’intelligenza artificiale

Spesso si parla di token anche nell’intelligenza artificiale per descrivere unità minime di senso, frammenti lessicali che l’algoritmo riconosce, pesa, ricompone. Un token, per un modello di linguaggio (LLM), è la più piccola unità testuale su cui avviene il calcolo delle probabilità di generazione del testo. Può essere una parola intera, una parte di parola, o persino un carattere di punteggiatura.

Natura dei token nell’AI

Nel contesto dell’intelligenza artificiale, un token rappresenta un elemento discreto del testo digitale. La parola casa, una virgola, un punto, oppure frammenti di parole come indimenticabile (tokenizzata in più parti: indi, ment, icabile) sono esempi concreti. Questi token non corrispondono necessariamente a parole intere o concetti definiti: il loro valore risiede esclusivamente nella loro funzione strutturale e probabilistica all’interno di sequenze linguistiche.

Ma se esistessero anche token emotivi?

Se ogni scambio affettivo lasciasse una scia, una sorta di ricevuta nell’invisibile, un costo in energia relazionale, un guadagno in intimità o una perdita in fiducia? Potremmo mappare i gesti, le parole dette e quelle taciute, come una grammatica delle implicazioni emotive.

Le relazioni umane funzionano secondo leggi non scritte, ma non per questo meno rigide. Uno sguardo evitato, un “come stai” ritardato, una risposta data per abitudine: ogni microsegno accumula peso. Eppure, al contrario degli LLM, noi non abbiamo un log esplicito da consultare. Nessun “prompt history”, nessun contatore trasparente.

L’umano è tokenizzato dal dolore e dalla gioia, ma lo ignora. È in questa inconsapevolezza che risiedono tanto la sua grandezza quanto il suo abisso. La fatica di stare in relazione non sta nel dire o nel fare, ma nel sopportare il debito simbolico che ogni incontro comporta.

Per un’AI, più token significano più calcolo. Per un essere umano, significano più esposizione. Ed è qui che si apre il dialogo filosofico: la tokenizzazione affettiva è una soglia. Chi la attraversa si carica del rischio del fraintendimento, del sovraccarico empatico, della lacerazione tra quello che si prova e quello che si riesce a dire.

Token emotivi: oltre la logica computazionale

Ma se esistessero anche token emotivi umani? Se ogni scambio affettivo lasciasse una scia, una sorta di ricevuta invisibile, un costo in energia relazionale, un guadagno in intimità o una perdita in fiducia? Potremmo mappare gesti, parole dette e taciute, costruendo così una grammatica implicita delle implicazioni emotive.

Le relazioni umane funzionano secondo leggi non scritte ma rigorose. Uno sguardo evitato, un “come stai” ritardato, una risposta data per abitudine: ogni microsegno accumula peso. A differenza dell’AI, non abbiamo alcun contatore trasparente. Nessun “prompt history” emotivo.

L’umano è tokenizzato dal dolore e dalla gioia, spesso senza rendersene conto. Questa inconsapevolezza è insieme la sua grandezza e il suo limite. La fatica di stare in relazione risiede nella sopportazione di questo debito simbolico continuo.

Come i token AI influenzano il pensiero umano

I modelli linguistici apprendono pattern statistici e li ripropongono come standard linguistici e concettuali. Interagendo con testi generati da AI, interiorizziamo involontariamente forme linguistiche ripetute, cambiando sottilmente la nostra modalità di pensiero e comunicazione.

Questo effetto eco genera un progressivo appiattimento creativo. Più leggiamo testi artificialmente costruiti, più il nostro linguaggio si uniforma. Tale standardizzazione impoverisce le sfumature e favorisce una percezione semplificata del mondo.

Inoltre, i token assorbono e riflettono pregiudizi impliciti derivanti dai dati con cui sono addestrati. Questi pregiudizi, spesso invisibili, possono infiltrarsi nelle interazioni quotidiane, alterando percezioni e scelte umane.

Sul piano affettivo, la risposta emotiva dell’AI, basata su token calcolati, potrebbe alterare il nostro stesso modo di percepire e vivere emozioni e relazioni. Questa tokenizzazione involontaria del sentire rischia di semplificare le nostre esperienze emotive, riducendole a pattern prevedibili e meno autentici.

La soglia filosofica della tokenizzazione

Per un’AI, più token significano più calcolo. Per un essere umano, significano più esposizione. Si apre così un dialogo filosofico profondo: la tokenizzazione affettiva diventa una soglia che chiunque attraversa caricandosi del rischio del fraintendimento, del sovraccarico empatico, della lacerazione fra ciò che si prova e ciò che si riesce a comunicare.

Levinas parlerebbe dell’epifania del volto dell’altro, quella rivelazione improvvisa e silenziosa che ci costringe alla responsabilità etica. In quel volto vivo e vulnerabile non esistono token isolabili, ma solo la totalità infinita dell’incontro.

Forse il cuore della questione risiede proprio qui: l’intelligenza artificiale divide, categorizza, calcola; l’umano connette, soffre, ama. E nel connettere, talvolta si consuma.


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