Prego.
Prego.
Mi fa sempre sorridere, quando rispondo a un ringraziamento, affrettarmi ad aggiungere “non inteso come verbo”.
Ma non siamo qui a constatare l’ovvio. Ecco che Carmine Mangone pulisce il cammino da dogmi e altari di ogni tipo, forzandoci a smettere di idolatrare la poesia come forma di preghiera. Casomai, ci concede il contrario.
La preghiera per come la concepisco io, ora, non è un inginocchiarsi davanti a una divinità, ma sentire lo spirito delle proprie ginocchia che hanno un trascorso e un percorso. La gioia del raccontare è prima di tutto la serenità di essere accolti insieme al proprio bagaglio, senza doverlo lasciare da qualche parte fingendoci diversi (o migliori).
E allora il presente si rapprende un po’, permettendoci di sorbirlo a cucchiaiate. Si apre lo spazio che non interroga il divino, non promette alcun sacrificio in cambio di nessuna salvezza, non cerca atti gemelli per legittimare il suo affioramento.
Nel tempo della performance andiamo a disarmare i dispositivi dell’efficienza attraverso l’inservibile e il non necessario.
Ci appelliamo a quello che non serve, in modo che la sua dignità irrimediabile possa abbracciare il senso senza esigere riformulazioni.

