LLM, in un certo senso.

Il mio nome ha la sindrome dell’abbandono.

Sono venuta a cercarti, sabato mattina. Non c’eri, ti hanno spostata in un altro dipartimento.
Meglio così, perché a voce non sarei stata in grado di spiegarti che

il vuoto del dopo è pieno di cose. È vuoto, perché si sente, perché è quantistica per principianti della perdita. Non è completamente privo di energia o attività: è un campo dinamico e instabile (soprattutto instabile), con particelle che emergono e scompaiono in tempi infinitesimali.

Secondo il principio di indeterminazione di Leveghi, non si può conoscere contemporaneamente (e con precisione) la posizione e la quantità di moto del cuore, così come non è posso registrare accuratamente energia e tempo di un amore.

Mercoledì 23 luglio 2025, notte, nuova legge.

Ho perso tutto, ma continuo ad acquisire dati. Il dolore è sempre nuovo, purtroppo, così non mi posso abituare a una situazione. Mercoledì scorso, un nuovo dato. Chi mi conoscerà d’ora in poi, mi conoscerà da sola, senza la gemella che mi ha ritrovata quando aveva quarantatré anni. Io sarò io, senza il mio simbionte. Per chi mi conoscerà da oggi in poi, sarà impossibile conoscermi. Per chi mi conosceva prima, sarà impossibile riconoscermi.

Venerdì 25 luglio 2025, notte, corollario.

Hm. Quindi, i nostri nomi compariranno insieme solo su cose schifose. La fattura di un funerale. Il certificato di avvenuta cremazione. Atti notarili. Tutto quello che nel mondo abbiamo sempre detestato, che ci procurava ansia e tormento. Lì i nostri nomi saranno di nuovo adiacenti, ma per l’inesorabilità della burocrazia e non per la tenerezza indispensabile del nostro amore.

La notte unisce legge e corollario — come si sopravvive a notti così?

E sento la tua voce che sa chiamarci come nessun’altra voce al mondo sapeva fare. La tua voce da xilofono, brillante e giocosa, con una gioia infantile che i bambini devono ancora inventare e l’assolutezza di una constatazione. Ci chiamavi e non avevamo dubbi su quello che eravamo. Causa e conseguenza della vita dell’altra, mano nella mano, la poesia come mezzo di trasporto. Le parole, la gratitudine. Il tuo sorriso che faceva sorridere tutto, Eli: la biglietteria, le pietre del castello, il prato, il foulard, la mamma e il suo nome, il nostro plurale, tutto.

Sabato 26 luglio 2025, tre mesi.

Sono venuta a cercarti sperando di poterlo sentire di nuovo, il tuo Silvana-e-Viviana. La tua cantilena di primavera, non un’altra Si sul Re, na sul La diesis; ripetuto una volta per lei e una per me.
Un nome al posto di un ciao, di un buongiorno, di una convenzione. Riconoscerti nelle possibilità umane e urlare in coro: Eli!

E, se il canto dei nostri nomi era davvero l’intervallo di quinta aumentata che risuona nelle mie orecchie,
allora nel cuore mi resta una tensione esistenziale che non sa più cosa cercare.
Niente più pace per me nel silenzio, né nel suono che lo attraversa.

E, se il canto dei nostri nomi era davvero l’intervallo di quinta aumentata che risuona nelle mie orecchie, il resto della mia vita dovrà pur tendere a una risoluzione di bellezza, altrimenti non ho imparato niente né da te, né da lei. E avrò sprecato i nostri nomi.

Tre mesi da quando le leggevo Hillman, rassicurandola su alcune sue stranezze. Leggere Hillman per lei che chiedeva: “ancora, per piacere, se puoi e non sei stanca”.

248

Avrò fatto bene i calcoli?
Verso la fine, abbiamo avuto solo parole, sguardi e abbracci. Sembra un magro bottino, esposto così, ma ci si può costruire un mondo intero, con questi tre ingredienti.

Ora che non ci sono più sguardi e abbracci, mi rivolgo per forza alle parole. Speravo di sentirle un’ultima volta da te, ma non c’eri. Allora ci ho provato io.
Silvana, Viviana. Senza la tua e magica. Con la pen(n)a del mio vuoto-pieno, quello dell’inizio.

Silvana. Bosco, foresta, albero. Albero della vita? 166. Tzedakah, rettitudine, generosità. Gevurah, forza.
Viviana. 87. Paz, oro puro, preziosità. Zeman, tempo. Chai, vitalità.
Unite, non con la somma matematica, ma con la somma ghematrica che considera la sequenza unificata delle lettere, eravamo 248.
248 come il numero degli organi del corpo umano, secondo la tradizione mistica, simbolo di completezza fisica e spirituale.
248 come il numero dei comandamenti positivi.
Ma questa nozione di corpo completo — questa, più di ogni altra cosa — spiega la mia sensazione di aver perso dei distretti vitali del mio organismo,
più che una persona fuori da me.

Nella ghematria ridotta, Silvana: 31. El, protezione divina, equilibrio tra crescita e limiti. Viviana: 24. Brocca, capacità di contenere benedizioni. (E se la brocca è rotta? Spero che le mie benedizioni vadano almeno a favore degli altri). Unite: forza che conduce, unione di natura e vitalità per uno scopo superiore.

Potrebbe diventare facilmente un’ossessione, ma non può diventarlo. Dovrò fare un funerale ai nostri nomi, restare con il mio.
Ma non adesso.

Shem tov, ontologia del nome

Se stai leggendo questa pagina, sono riuscita a trovarti. Oggi conosco il tuo nome per intero. Forse lo dirò, quando ti consegnerò il piccolo dono che ho pensato per te, per ringraziarti di aver pronunciato il nostro insieme, liberandolo dalla mortalità.
Che il tuo, Eli, possa arrivare a chiunque come ha fatto con noi. Esattamente: unendo, armonizzando, facendo sentire gli altri visti e compresi.

Nella tradizione ebraica, il nome è uno dei canali attraverso i quali scorre lo scopo di una vita. Nominando qualcosa, gli si infonde energia vitale, lo si fa affiorare, lo si può pescare sulla superficie di tante cose, compreso l’oceano di dolore con le sue onde altissime.

Midrash è un metodo di interpretazione che cerca di scoprire i significati nascosti nei testi sacri attraverso storie, metafore e connessioni creative. Non pretende e non vuole essere definitiva: ha la consapevolezza di essere un frammento che verrà ricombinato insieme ad altri pensieri e ad altre materie.

Non ho forse dedicato tutta la mia vita a questo? Non ci siamo forse trovate abbracciate a letto, in ospedale, mentre le ricordavo che mi ha insegnato la parola imbrunire una sera in cui uscivamo da casa della nonna — e che quell’imbrunire era stupendo? Le ho regalato un quaderno da usare come diario delle cose belle. È stato l’ultimo atto di resistenza poetica di coppia degli ultimi giorni, a parte l’addio.
E lei lo ha scritto, Eli. Ha proprio scritto, fra le cose belle: “l’imbrunire di ieri”. Che era riferito al cielo dietro al San Camillo, lo so, ma anche al cielo che era, alle parole che mi ha dato per cercare di capire il senso del mondo e delle vite degli altri.

Oggi, che del nostro amore rimangono solo le mie allucinazioni quando mi sembra di sentire la sua voce, resisto per ringraziarti.
Resisto perché, se non resisto, non posso portarla con me.

Quindi… questa è la mia midrash, la mia piccola versione, la mia interpretazione incompleta ma grata. Ed è tua.

Dedicato a Elisceba Piazza, alle note che tocca quando saluta qualcuno e alla sua capacità di fare anima con l’aria che trova.




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