LLM, in un certo senso.

l'illustrazione rappresenta dei motivi ottocenteschi: delle arcate, un antico palo della luce, dei drappeggi. Da ogni elemento esce una luce gialla. Dai drappeggi escono dei volti, scarabocchiati a penna nera.

Giuseppe Pontiggia, l’arte della fuga. Il giallo frammento.

Se non sciogliessi i tuoi legami proteici, significherebbe che non ti ho compreso. Invece ti capisco bene, Giuseppe, perché il mondo mi arriva da etimologie telluriche che fanno sussultare l’insonnia.

Ha iniziato prima lui, come dicevano gli stronzi alla maestra per discolparsi da qualcosa, come se l’escalation non fosse una scelta.
Ha iniziato prima Pontiggia, quindi, e il mio è un peccato originale.
Parto da qui, perché non ha senso e non è necessario ne abbia.

Legam, in latino, può essere congiuntivo presente (che io legga), ma può anche essere la prima persona singolare del futuro semplice (io leggerò). Questo è un esempio di sincretismo morfologico, ossia quando forme grammaticali distinte coincidono foneticamente. Ma se congiuntivo e futuro sono la stessa cosa, tutto si riduce a ipotesi: viene a mancare quella determinazione distinta, la certezza del futuro semplice. Questo modo, mi permetto di aggiungere io, è il più egotico di tutti i tempi verbali. Più dell’indicativo, più dell’imperativo. Procede in linea retta alimentato dall’hybris, mette a tacere i forse e i magari che restano allibiti in un angolo della logica.

Ricordiamo cosa succede nel film Il dittatore di Sacha Baron Cohen. Il protagonista, Aladdin, impone al popolo l’uso del termine aladdin per indicare concetti contrastanti: sì e no: aladdin; positivo e negativo: aladdin, e così via. Per la narrazione questo escamotage va benissimo, in quanto getta le basi per scenette paradossali molto comiche.

Si tratta di pura enantiosemia (dal greco ἐναντίος, enantíos, ‘contrario’, e σῆμα, sḗma, ‘segno’), una forma particolare di polisemia. Nell’enantiosemia una singola parola non si limita ad avere più di un significato, ma addirittura ha due significati opposti. In italiano abbiamo degli esempi interessanti: la parola ospite, per esempio, può essere riferita sia a chi ospita, sia a chi è ospitato; sbarrare può significare sia spalancare (sbarrare gli occhi) che serrare (sbarrare la strada); spolverare significa sia togliere la polvere che cospargere una superficie.

Nell’efflorescenza del linguaggio, non altrove. Nel formulato alchemicamente. Non è forse questo che proviamo a fare? Usiamo la materia per eluderla. Ogni cosa che vibra è già in fuga. Il platano non appartiene più al cortile, anche se è quel platano lì e non un altro — ha smesso di crescere, nel ricordo esatto della persona. Perché, a differenza della fantasia, raramente la memoria è capace di proiettare dei film: ritaglia diapositive, lascia gli alberi dov’erano nel momento in cui, nel momento che, in quel momento lì, in quel.

[Nel mio caso c’è una luna mai tramontata, una brezza abbastanza arrogante da sembrare estiva, ma abbastanza consapevole della sua ultima stagione. Una luna pallida di stanchezza, neo albino, arbitro che si gira dall’altra come fanno i vivi quando i morti iniziano a raccontare. Mi manca la luna di quando esistevi, i tramonti dietro i finestroni della clinica. Tutto di personale, sempre. Comunque.]

PRELUDIO IN MARGINE MINORE

La fuga musicale è una frase che entra da porte diverse, da altre altezze, da altri timbri. Insegue se stessa e, nell’inseguirsi, si moltiplica. Quello che amo della fuga è il suo essere terremoto senza epicentro, nella quale ogni risposta è distorsione come in certi rapporti. L’ordine della fuga si costruisce nella sua frammentazione, si nutre di un disperdersi che deve mutare. La fuga è un modo elegante per sopravvivere ai traumi: si canta un avvenimento, si innalza una tonalità laterale. La lingua dovrebbe essere disposta a guarire, prima di curare.

SOGGETTO PRIMO: LA COSTELLAZIONE DELL’ASSENZA

Pontiggia scrive un giallo privo di un assassino definito, così come manca anche una vittima. C’è un mistero da risolvere, ma non si risolve. Adotta una struttura prismatica che continua a cambiare luce sotto lo sguardo del lettore. Non si capisce cosa si allucinazione, cosa proiezione e cosa soltanto analisi. E allora perché usare un giallo per poi svuotarlo? Questo anti-romanzo si offre come un catalogo di trame possibili. Conserva per me lo sforzo strutturale di tenere in piedi l’esistenza e, a volte, il mondo intero. Mi ha ricordato, a tratti, The Beauty of The Husband di Anne Carson — ma il suo saggio romanzato in 29 tanghi è molto più lineare, “girato” in piano sequenza: con un linguaggio erotescente [neologismo del quale avvertivo la necessità. Erotescente è una condizione linguistica pre-erotica, in fase di germinazione], la Carson avanza come solo chi resta indietro sa fare. Arrabbiata, arrabbiatissima, la sua vendetta è andare a capo di continuo.

CONTROSOGGETTO: RESISTENZA FORMALE

Pontiggia si assume tutta la tragedia della responsabilità linguistica. Si avverte la frequentazione della fenomenologia di scuola milanese, quella di Antonio Banfi. La sua scrittura diventa un sistema di tensioni destinate a non risolversi mai (à l’accordo di Tristano di Wagner), perché non ha la minima intenzione di arrivare alla sintesi. È un essere umano pienamente consapevole delle incongruenze e dalle frizioni continue prodotte fra soggetto, oggetto e mondo.

L’invenzione del clerc è un modo per rappresentare il suo arci-nemico, un intellettuale dogmatico e iconoclasta che volta le spalle alla ricerca della verità pur di compiacersi di uno schieramento, abbracciando la vanità dell’appartenenza. È presente, fin dalla sua fondazione, del “Verri”, per il quale scrive abitualmente. Si tratta di un gruppo neo-avanguardista con il quale Pontiggia condivide diverse posizioni: per lui la parola è “logorata nel tempo e dal tempo, dalla società e dalla cultura borghese”; la psicologia è interessante, ma lo psicologismo è esso stesso una nevrosi; bisogna rimuovere le incrostazioni della letteratura e sciogliere le catene del modo classico di romanzare.

Forte l’accordo, enorme il disaccordo: i suoi compagni rigettano le opere classiche, indugiano in giochi meta-narrativi, vogliono stupire per rimarcare la loro diversità e diventano i “pick-me” della loro epoca. Pontiggia si incazza e si rivolta contro la rivoluzione, perché per lui l’idea conta più dell’ideologia — e non ci sta: rigetta con forza il “furore iconoclasta”, denuncia la riduzione del linguaggio che sfocia nel nichilismo, la protesta per il gusto di contrapporsi. Nel 1961 lascia il gruppo del Verri, e nello stesso anno inizia la stesura dell’Arte della Fuga. Forse un omaggio alla sua stessa fuga, che si può leggere al contrario: Fuga dall’Arte. Da quell’arte che vuole liberare e poi diventa una dittatura.

STRETTO: L’INFILTRAZIONE

Vuole un’opera sperimentale che non si dica “brava” da sola, nella quale la gioia di narrare non venga sacrificata.
Lascia ognuno a leccarsi la sua autarchia e se la dà a gambe, per ritrovarsi vivo e puntiforme in un linguaggio altrettanto straordinario, come un vecchio appena nato.

Uno dei problemi delle parole è che, spesso, per creare senso, hanno bisogno di concatenazioni logiche. A volte sopperiamo alla mancanza di logica forzando l’ordine cronologico:
tanto ci basta per tenere in bocca una rassicurazione appena munta. Ed è la forzatura di questo ordine a privare la narrazione di due aspetti di spietata bellezza: la sinestesia e la rapsodia.

Vederci male, questo è il primo passo verso la metafora. Un occhio ingannatore è il migliore amico della metonimia. Così posso confondere la causa per l’effetto, il contenitore per il contenuto, una casualità per intervento divino.
Allora alla rètina sembra quasi che, così la mente può giocare una fantasia infantile e sregolata. Ciò che è continguo si offre involontario alla mia immaginazione: percepito, sensuale, sensato, rapsodico.
Coerenza: arriva dopo. Ora: giù per il cesso.

La distorsione, la pareidolia, l’allucinazione visiva: le storie nascono per salienza da quello che si fa notare, non dallo sfondo della vita. È qui che la mia tendenza nichilista vira verso l’assurdismo, per restarci. I collegamenti sono sopravvalutati, le esperienze possono accumularsi nel corso di anni o di un secondo.

Il padre di Pontiggia viene ucciso dai partigiani gappisti nel 1943, ma le ragioni sono mai state chiarite. Non è difficile immaginare come un omicidio abbia contribuito a forgiare il detective, ma è anche chiaro quanto il dettaglio irrisolto abbia inciso. L’assenza diventa asse: l’unico approccio con una traiettoria definita, l’unico rapporto concesso con la permanenza. Cosa vede Giuseppe da quel vetro opaco? Ma, soprattutto, cosa non vede? Cosa si costringe a non immaginare?

FUGA INVERSA: RINUNCIARE ALLA VOCE

L’arte della fuga è in primo luogo l’arte della sua fuga: non evasione dal carcere doloroso, non ritirata dal fronte insostenibile: semplicemente la diserzione spietata del compiuto come necessità biologica.

Vacilla la prestazione, lo spettacolo non è assicurato, l’esibizione c’è — ma è uno sversamento di organi, non una rappresentazione.

Pontiggia colonizza i neuroni perché unisce una densità poetica inarrivabile alla possibilità di fraintendere il movimento dell’uomo verso di sé e il resto del mondo. Non ha esperienze davanti alle quali abbassare il capo in segno di sottomissione, ma non mostra gli artigli come fanno gli altri, per noia. Contagia, mette a fuoco, sfoca, ritaglia. Un puzzle che dà le vertigini e procura un vomito lungo come la vita.

RIPRESA: L’ERRORE CHE TORNA COME FORMA

L’errore di percezione cresce fino a diventare la storia — e poi cresce fino a diventare soggetto. Abile e amabile fenomenologo: questo, per me, è Giuseppe Pontiggia.
Chissà qual è l’errore che lo ha formato.

CODA: EPILOGO PER VOCE SOLA

È un libro crudo o crudele? È carne o agonia?

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Se il bitume previene la condensa (necessità, tornare alla normalità, vivere), cosa ne sarà delle lacrime al di qua di questo asfalto?
Resto per una forma di disobbedienza che mi hai trasmesso geneticamente.
Non forzo un evento a fare pace con l’altro (come una maestra che vuole risolvere il problema il prima possibile, invece di educare al dialogo).

Diventata paziente a furia di lezioni, non sono una paziente. Casomai, un padiglione. E ascolto. E risuono.
Non sono neanche l’eccezione, ma la regola che ha sbranato il caos — e con quale rutto abissoide lo annuncio, che verticalità, applauso.
Non sono folle, sono un manicomio dismesso per abuso di normalità. Dentro di me: referti apocrifi.
Non sono dolore, sono l’organo che lo ospita.
Mi chiederanno dove fa male e indicherò il tempo dove sono nata.

Prognosi estroversa, non può essere riservata.
Si mette a ballare come facevi tu, dappertutto.


Giuseppe Pontiggia, l'uovo


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