Al fuoco! Dalla caverna al microchip con Eraclito, Bachelard, Lévi-Strauss e altri amici.
Il fuoco come confine fra la vita e la morte
In ogni fiaba c’è una fiamma: la luce che guida l’eroe o l’incendio che divora il villaggio. Mi chiedo cosa succederebbe se ci liberassimo da questa visione manichea. Il fuoco non ha un piano. La sua fiamma ha un locus of control esterno: la sua moralità è, e sarà sempre, la nostra. È contemporaneamente lo stesso calore che salva un naufrago sull’isola deserta e la scintilla che incendia una guerra. È il bagliore di una candela in una notte di solitudine e la furia che consuma una foresta. La sua grandezza non sta in ciò che è, ma nella sua totale indifferenza al nostro giudizio. Consuma e si consuma con il suo potere neutro, fenomeno prima che strumento, si inchina malvolentieri al controllo — ma solo finché qualcuno sta lì a osservarlo, altrimenti scappa.
Contro il freddo
Nella fredda notte del Pleistocene, la differenza tra il calore di una fiamma e il rischio d’ipotermia (non con questo livello di consapevolezza, ovviamente), segnava il risiko binario tra la sopravvivenza e l’annientamento. Il fuoco ha reso la notte abitabile, trasformando il buio ostile in un ulteriore spazio di vita. Ha permesso al corpo di riposare senza consumare preziosa energia per combattere il freddo.
Contro i predatori
Il confine coincideva con la linea di protezione. La paura è uno dei sentimenti più potenti, almeno quanto il fuoco: come lui può riunire attorno a un nucleo o disperdere le persone. E la paura che il fuoco ha instillato negli animali è stata la nostra prima e più efficace arma di protezione. A differenza di una lancia o di una freccia, il fuoco non necessitava di essere lanciato o impugnato per essere letale. Era letale per la sua sola presenza. La sua luce, il suo calore e il suo crepitio generavano un confine invalicabile che pochi predatori osavano attraversare.
Fuoco come possibilità
Il fuoco ha fornito la possibilità di estendere le ore dedicate alla vita: per milioni di anni, l’attività umana terminava al tramontare del sole. La fiamma, invece, ha offerto la prima, rivoluzionaria estensione del tempo utile. Come abbiamo occupato questo tempo? Preparandoci e avvicinandoci. Preparare gli strumenti di caccia, cucire le pelli, continuare la vita comunitaria attraverso storie e magie.
Fuoco della comunità
Il fuoco era destinato a diventare il primo ritrovo centrale della comunità. È intorno al suo bagliore che gli individui si sono trasformati in un clan. Era il topos ideale, uno spazio sicuro e illuminato in cui le storie potevano essere raccontate e le conoscenze potevano essere tramandate, non più solo attraverso l’imitazione, ma con le parole. Credo che il fuoco ci abbia consacrati al linguaggio prima di ogni altro fenomeno.
Fuoco della trasformazione
Così ci siamo trovati a sperimentare la materia e i suoi cambi di forma. Grazie al fuoco, l’uomo primitivo ha unito caso e ingegno per radicarsi, costruendo utensili, attrezzi, armi. Il fuoco, privo di intenzione, ha permesso a noi di esercitare la nostra. La sua essenza è la possibilità. Mi si conceda una breve escursione nelle lande della linguistica pragmatica, dove mi trovo a lanciare un’analogia tra il fuoco come tema e la sua fiamma come rema. Il fuoco smette di essere un’informazione fissa e ci regala la parte dinamica che fa avanzare il discorso delle civiltà.
Fuoco della sanificazione
A un certo punto abbiamo capito che un fuoco lasciato libero cancella quasi tutta la materia che conosciamo, mentre un fuoco dosato sanifica e sterilizza.
Le impurità: l’essere umano mal sopporta perché gli ricordano il deterioramento, il male e quindi la morte. Secondo l’antropologa Mary Douglas (in Purity and danger, 1966), la repulsione che l’uomo ha nei confronti dell’impuro è assimilabile al suo terrore di perdere il controllo (anche socialmente). Ciò che riteniamo sporco altro non sarebbe che una porzione di materia disturbante, resa tale dal fallimento di appartenere al suo contesto, collocata nel luogo e nel tempo in cui non dovrebbe stare. Questa “macchia”, percepita come minaccia all’ordine stabilito, diventerebbe simbolo di una minaccia alla nostra identità. Per Jankélévitch (Il puro e l’impuro; Il non-so-che e il quasi niente) l’uomo associa il Bene a una natura assoluta e incondizionata che non ammette contaminazioni. Secondo lui la soglia del male non è un confine tra due aree morali in opposizione, quanto piuttosto il punto in cui il Bene, nella sua fragilità e vulnerabilità, viene contaminato.
Tornando al fuoco, la fiamma è stata per molto tempo l’unico modo per sterilizzare strumenti chirurgici e cauterizzare le ferite, bloccando l’avanzata dell’armata infettiva. Il fuoco ha offerto la possibilità di purificare anche ciò che era invisibile: l’acqua bollita sul fuoco, infatti, rendeva potabile un liquido altrimenti letale.
Fuoco della santificazione
Dall’eliminazione di impurità per scopi di sopravvivenza all’eliminazione di persone scomode c’era poco scarto: avremmo dovuto immaginarlo. Eccoci con un’idea bruciante di igiene, un delirio ossessivo di purezza. l’Inquisizione brucia i corpi degli eretici, le streghe condannate, i corpi ridotti a cenere per spegnere una voce dissidente. L’idea è che, proprio come la fiamma distrugge le impurità di un materiale grezzo, così il “fuoco interiore” (la sofferenza, la penitenza) brucia i peccati e le debolezze.
Sarebbe facile ridurre questi roghi a una punizione esemplare: in realtà, l’atto teatrale di potere serve perché non basta eliminare il nemico, bisogna annientarlo sotto gli occhi di tutti, trasformare la sua voce in una voluta di fumo. Voluta.
Fuoco della soppressione
Dalla Biblioteca di Alessandria ai roghi di libri nelle piazze, il fuoco diventa strumento di oblio programmato. Non posso evitare di pensare a Richard Dawkins, padre della memetica, a cui sono molto affezionata. Cosa c’entra con il fuoco? Un meme è un’unità culturale (un’idea, un racconto, un simbolo, una melodia) che si diffonde copiandosi da mente a mente, un po’ come i geni si trasmettono nei corpi biologici. Un libro, nel nostro caso, è un veicolo materiale che permette a un meme di riprodursi, moltiplicarsi, sopravvivere al tempo.
Bruciare un libro significa quindi tentare di interrompere la catena di trasmissione, spegnere il suo “codice genetico” culturale. È un atto che io definisco di sterilizzazione memetica: impedire che quelle idee trovino ospiti, che attecchiscano in altre menti. Oggi si usano meno roghi e più censura.
Ma la memetica ci insegna che il tentativo di eliminare un meme spesso ottiene l’effetto opposto: la resistenza e l’adattamento. Un’idea censurata può rafforzarsi, diventare più virale proprio perché proibita. Ecco che torna il fuoco, quello che non cancella, ma trasforma: genera nuovi percorsi memetici, fa nascere leggende, rafforza il valore simbolico di ciò che si voleva distruggere.
Bruciare un libro significa negare a un pensiero la possibilità di riprodursi tentare di cancellare un pensiero, di riscrivere la memoria collettiva. Ma i roghi di libri sono la copertina di un paradosso: nel momento in cui si accendono, fissano per sempre la testimonianza di ciò che si voleva far scomparire. Ogni fiamma diventa un segno nella coscienza. Tiè.
È il caso della Fenice, l’uccello mitologico che si consuma nel fuoco per rinascere dalle sue stesse ceneri, simboleggiando la purificazione e il rinnovamento. Il fuoco, quindi, non ha un’intenzione morale, ma la sua capacità di separare ha dato all’umanità una delle sue più grandi speranze: quella di poter superare la corruzione e rinascere. La promessa dell’aldilà non manca mai, eh?
Fuoco del dopo
Anche dopo la morte il fuoco ha ragione di esistere: è stato usato per secoli per eliminare scarti, distruggere vestiti contaminati durante le epidemie e sanificare terreni dopo la peste.
Il fuoco del mito
Nella mitologia greca, Prometeo ruba il fuoco agli dei per donarlo all’umanità, simboleggiando la conoscenza, la tecnologia e il progresso. Fin qua, tutto bene. Zeus però si incazza come solo un dio greco può incazzarsi. In questa narrazione antesignana di una puntata di black mirror, Zeus incatena Prometeo a una rupe del Caucaso, dove un’aquila ogni giorno divora il suo fegato, che di notte ricresce, in una tortura infinita.
Molto più tardi, durante le sue fatiche, Ercole ucciderà l’aquila e spezzerà le catene, ridando a Prometeo una forma di libertà, sebbene segnata dal ricordo eterno della colpa.
Qui il fuoco diventa simbolo di uno strumento di civilizzazione e liberazione, ma anche della condanna dolorosa della conoscenza. Quel fuoco, prima parte del pacchetto VIP all-inclusive del divino, precipita giù dal cielo nell’imbuto dello sguardo e si conficca nella nostra carne come sempiterno monito dell’ambivalenza di conoscenza e libertà. Chi porta un potere smisurato porta anche la ferita del suo peso. Ogni volta che accendiamo un fuoco—per creare, purificare, distruggere—rinnoviamo il patto o lo estinguiamo.
A proposito di conoscenza. Nella caverna di Platone, i prigionieri vedono solo le ombre proiettate dal fuoco alle loro spalle. Per loro, quelle sagome sono la realtà. Il fuoco, qui, non è conoscenza, ma simulacro ingannevole, limite da superare. È colpa del fuoco? Non è così rilevante, perché ciò che conta è l’uscita dalla caverna e la scoperta del sole, cioè di idea del Bene.
Si potrebbe speculare sul fatto che Platone diffidi del fuoco (perché produce ombre e illusioni), mentre Prometeo lo esalta, pur pagandone il prezzo. In entrambi i casi, però, il fuoco è la soglia: o illusione da superare, o peso da sostenere. In entrambi i miti, l’essere umano si trova davanti alla stessa scelta: restare spettatore passivo delle (proprie?) ombre o assumersi la responsabilità della (propria?) luce.
Il fuoco delle (mie) teorie
La posizione di un fuoco nel villaggio era sintassi pura. Il focolare centrale parlava: “questa è casa, questa è sicurezza sicurezza, qui torniamo dalla battuta di caccia”. I fuochi di sentinella sui confini urlavano: “qui finisce il noi e inizia il loro”. Le torce che accompagnavano i viaggiatori scrivevano nell’oscurità il verbo del movimento, coniugandolo al present continuous dell’attraversamento. Ogni fiamma aveva il suo tempo grammaticale: il fuoco dell’alba che annunciava, quello del tramonto che concludeva, quello notturno che vegliava.
Non sono ancora pronta per occuparmi della retorica della fiamma — a quello penserà Bachelard. Di sicuro abbiamo sviluppato una passione per l’antropomorfizzazione (che a mio avviso è una forma di colonizzazione simbolica). È così difficile, l’incontro con l’alterità, non riusciamo a farcene una ragione. Supremazia cognitiva: sugli altri, sugli animali, sulle cose. Siamo arrivati a negare anche al fuoco la sua natura radicalmente altra, la sua indifferenza cosmica (una natura che giudichiamo indifferente, non imparziale, à la Der kleine Herr Friedemann). Il fuoco che scoppiettava ha svolto la funzione di ridere insieme a noi; quello che ardeva in silenzio ha incentivato una certa meditazione. Una fiamma alta e dritta proclamava vigore, controllo. Una fiamma tremolante sussurrava incertezza, paura, fine imminente. Avevamo già inventato la metafora prima ancora di sapere cosa fosse: il fuoco era vita, non si limitava a rappresentarla.
Con il fuoco qualcuno ha inventato i segnali di fumo, uno dei primi social network a farsi beffe della distanza. Questa comunicazione ci ha insegnato che comunicare significa sempre sparire un po’ dietro al messaggio, e che il senso vive nel momento puro della trasmissione. Abbiamo dovuto scegliere, però. Potevamo fare fumo per un senso liturgico, per avvisare una tribù di un evento imminente, per comunicare qualcosa: non si sprecavano per chiacchierare del più e del meno, per intrattenersi da una valle all’altra o dire la propria “tanto per”. Forse dicevamo l’urgenza, più che aver l’urgenza di dire. Si prenda il fuoco, elemento muto, a volte padrone e a volte servo, negativo fotografico della fiamma. Si crei un codice di volute e pause. Il tempo smette di essere qualcosa attraverso il quale si dipana il messaggio e diventa parte integrante del messaggio: la velocità del fumo, la durata delle volute, la lunghezza degli intervalli. Che vada in alto, che sia visibile all’amico, che il nemico non abbia tempo di interpretarlo.
Il fuoco degli altri
Quello di Eraclito
Eraclito non aveva dubbi: l’arché, il principio primo di tutte le cose, non è acqua (Talete), non è aria (Anassimene), ma fuoco. Non il falò da campeggio, ma una fiamma cosmica che divora e ricrea incessantemente. Tutto è fuoco che si consuma, tutto è brace che si rinnova. Panta rei, e infatti il fuoco è la legge del mutamento. Il suo fuoco di Eraclito è ancora più radicale: non promette nulla, non inganna, non punisce. È il motore stesso del divenire, il reset continuo dell’universo. Non salva, non condanna: ci ricorda solo che ogni cosa, noi compresi, brucia per poter diventare altro.
Quello di Jung
Vabbè, facile. Il suo fuoco è un archetipo bifronte che rischiara o acceca, che scalda o brucia. Nel sogno, è l’anticipazione di una trasformazione. Per lui, abitare il fuoco è possibile nella misura in cui si riesca ad accettare di non restare mai gli stessi.
Quello di Hillman
Hillman prende il fuoco e lo strappa al registro cosmico per riportarlo dentro l’anima, nel cuore della psicologia archetipica. Il suo fuoco assume un nome cromatico e plurale: quello del libro Fuochi Blu (Adelphi), che lui adopera come metafora per descrivere quegli stati psichici intensi e profondi che caratterizzano momenti di particolare attivazione dell’immaginazione e dell’anima. Questi fuochi sono gli incendi psichici che si accendono nelle notti buie dell’anima, quando la vita sembra franare verso oscurità mai pensate prima e invece ribolle. Questi fuochi sono la metafora di ciò che non va per forza curato, sanato: assumono una dimensione sacra e trasformativa che va semplicemente esplorata con attenzione weiliana.
Quello di Bachelard
Il principio di rêverie è già nel fuoco e viceversa. Basta che io lo fissi e sono già altrove. Poi divento io l’altrove e ospito qualcos’altro. Il pensiero si smaglia, si fa lento, si piega in immagini. Per Bachelard il fuoco è un complice interiore: il più vicino dei misteri, il più domestico degli abissi. Un affaccio terribile e temibile quanto comune (giocare con il fuoco).
Quello di Sant’Antonio
Il santo dell’herpes zoster vede la sua fama derivare dalla credenza (medievale) che il santo potesse sia causare che guarire malattie caratterizzate da eruzioni cutanee dolorose e brucianti. Fra queste piacevolezze, si riteneva che potesse guarire dall’ergotismo (conosciuto anche come fuoco sacro), una malattia causata dall’ingestione di segale cornuta che provocava sensazioni di bruciore intenso agli arti. (Segale cornuta come quella delle Streghe di Salem, se non erro). Per estensione, il nome venne applicato anche all’herpes zoster, che provoca eruzioni dolorose accompagnate dalla sensazione di “andare a fuoco”. Ecco che Sant’Antonio diventa un tutt’uno con questa malattia. Se ce l’hai, può fartela passare, ma occhio con i peccati perché può mandartela per direttissima.

