Pornolinguistica | Il superlativo perifrastico in ebraico biblico, nunazione e anarchia sintattica.
L’ebraico biblico non possiede una forma morfologica dedicata al superlativo, né un suffisso comparativo o superlativo paragonabile al latino
-issimus o all’inglese -est. Il grado viene quindi espresso in modo analitico (perifrastico) attraverso lo stato costrutto (smîḵût), che veicola relazioni genitivali di possesso, appartenenza o specificazione.
In italiano abbiamo a disposizione un morfema superlativo dedicato, mentre l’ebraico biblico esprime il grado superlativo assoluto mediante una struttura genitivale che si costruisce in questo modo: un sostantivo al singolare in stato costrutto viene seguito dallo stesso sostantivo al plurale assoluto, ed è spesso preceduto dall’articolo determinativo. Il risultato è un’espressione come šîr haššîrîm (cantico dei cantici), che non significa letteralmente “il canto dei canti” ma “il canto supremo”, “il migliore tra tutti i canti”. Un cantissimo, praticamente.
La mia fascinazione
Quella del superlativo perifrastico è stata una delle mie somme rivelazioni. Non tanto per la struttura in sé, che cercherò di spiegare nel modo più chiaro possibile qui sotto, ma per le metafore che contiene. Una lingua così mobile, così disposta ad ammettere una contraddizione di pensiero laddove altre lingue cercano di spianare e appiattire — ecco, una lingua così non poteva che provare orrore davanti alla fissità di un assoluto. Forse questo relativismo ha una radice spirituale: se io non sono dio, chi sono io per cristallizzare qualcosa in una forma eterna? Se quella cosa è bellissima, la privo del diritto di smaterializzarsi. Se quella situazione è bruttissima, la privo dell’autonomia di migliorarsi.
Ecco la ragione della mia folgorazione. In ebraico, il fatto che l’eccellenza nasca dallo stato costrutto (dalla relazione) mi ricorda che l’assoluto è dinamico, degno di relazione e, soprattutto, non ha fatto niente di male per essere condannato a una forma fissa da diamante triste. Se tolgo la catena, il superlativo si dissolve Il superlativo perifrastico mi ricorda che l’identità muta a seconda di ciò a cui mi lego.
E ancora… ci leggo una disponibilità al cambiamento che è quasi un’umiltà morfologica. L’ente è sempre pronto a ridimensionarsi (perdendo la vocalizzazione piena) per fare spazio a un altro, ad altro, all’altro, all’Altro.
Oggi più che mai ho bisogno di sintassi fatte di bocche e orecchie, di muri che non traccino confini, ma creino una casa. Ho bisogno di confronti porosi e permeabili. Forse ho imparato che l’assoluto è una bugia grande quanto il ripristino delle condizioni precedenti a una crisi (ne ho fatto un accenno qui attraverso una citazione di Michel Serres).
La nunazione
La struttura canonica ebraica prevede un sostantivo reggente al singolare, presente in stato costrutto (senza articolo, né nunazione finale) e un sostantivo retto allo stesso lemma ma al plurale assoluto, preceduto dall’articolo determinativo ha- (ma solo quando è richiesto dal contesto). Prima di procedere, sarà bene capire il fenomeno della nunazione.
Sulla nunazione devo aprire una parentesi, perché all’interno del ceppo semitico abbiamo due derivazioni particolari: l’arabo classico sviluppa il fenomeno morfologico particolare della nunazione (tanwīn): al sostantivo o all’aggettivo si aggiunge un suono nasale finale n (da qui, appunto, nunazione) per trasmettere il concetto di indeterminatezza. È un fenomeno facilmente distinguibile, anche da un orecchio non allenato, nell’arabo standard — soprattutto in quello formale adottato da emittenti televisive come Al-Jazeera.
Dall’altra parte abbiamo l’ebraico, sia biblico che moderno, il quale non “sente” il bisogno di rimarcare l’indeterminatezza (rinuncia difatti alla nunazione), mentre crea una sintassi particolare per la determinazione, ossia il prefisso ha- di cui parlo abbondantemente in questo articolo.
Lo stato costrutto
Per poter apprezzare appieno la forza della struttura genitivale è necessario fare chiarezza sullo stato costrutto semitico. Sia in arabo che in ebraico le relazioni di possesso o specificazione fra due elementi non prevedono la particella “di” come in italiano. Il primo termine (o il secondo e il terzo, nel caso di una catena) non prende articoli, mentre l’ultimo è quello determinante. Si chiama stato costrutto perché il primo termine rifiuta determinazioni: per legarsi a ciò che segue, la parola compie un vero e proprio sacrificio morfologico. In arabo, questo si traduce nella perdita sistematica del tanwin; in ebraico, il sostantivo spesso si contrae, cambiando la propria vocalizzazione (come bayit che diventa beyt) per proiettarsi foneticamente verso il termine successivo. Il secondo termine, dunque, non solo specifica, ma costruisce e dirige l’intera unità semantica. Per i pronomi c’è un comportamento diverso di annessione, ma ora non ci interessa.
Il genitivo sassone in inglese, qualcosa di simile
Questa sfumatura merita una brevissima incursione nei territori dell’inglese e del tedesco. Pur non essendo uno stato costrutto in senso stretto, il genitivo sassone ne ricorda la compattezza. La differenza (abissale, per il nostro mindset) risiede nel fatto che, se in inglese dico the man’s house, la marcatura ‘s cade sul soggetto possessore, mentre in arabo dirò بَيْتُ الرَّجُلِ (baytu r-rajuli).
بَيْتُ (baytu) mi si presenta come nome in stato costrutto, cosa che posso distinguere facilmente perché termina con una vocale singola (-u) e non con il tanwin (-un), proprio perché la reggenza ne impedisce la nunazione; è l’uomo, in questo caso secondo termine الرَّجُلِ (ar-raǧuli), ad avere la marcatura: è determinato dall’articolo al- e declinato al caso genitivo (-i).
La meraviglia tedesca dell’aggregazione nominale
Anche in tedesco manca uno stato costrutto di matrice semitica, ma non manca la fantasia.
Il tedesco infatti ricorre a un’elegantissima composizione nominale (Komposita) per la quale due o più lessemi si fondono in un’unica identità sia grafica che fonologica. Non si può non amare una lingua che si esprime in potenza! Io, per lo meno, ho sempre adorato la libertà che regala la ricorsività: posso continuare ad aggiungere determinanti a una testa nominale.
In arabo e in tedesco cambia la direzione della determinazione. In arabo troviamo la testa è iniziale a sinistra* (baytu…bla bla bla), mentre in tedesco la testa è iniziale a destra (…bla bla bla… tür).
*Qui non tengo conto del senso di lettura, che vedrebbe la testa a destra in entrambe le lingue. La sinistra qui è intesa in senso latino.
Cerco di risolvere l’ambiguità con uno schema. Faccio un esempio con il viaggio della vita della farfalla.
ARABO (testa iniziale)
Inizio con l’oggetto posseduto e poi aggiungo chi lo possiede.
Il centro del significato è la prima parola che pronuncio.
Avrò:
viaggio → vita → la farfalla
TEDESCO (testa finale)
Inizio con i dettagli e arrivo al nucleo solo alla fine.
Il centro del significato è l’ultima parola che pronuncio.
Avrò:
farfalla → vita → viaggio
Avrò quindi un semplicissimo succo di mela, der Apfelsaft (mela-succo), ma potrò ottenere sfumature esistenziali importanti come in der Weltraumfahrer, l’astronauta, che letteralmente è mondo-spazio-colui che viaggia; oppure posso farmi un bel Donaudampfschifffahrt (Danubio-vapore-barca-viaggio). In quest’ultimo esempio è più facile identificare quello che affermavo sopra, ossia che la determinatezza tedesca è a destra: la “testa” di cui sto parlando è un viaggio (Fahrt); tutto quello che viene a sinistra del viaggio concorre a dare specificità alla testa.
Tutti insieme appassionatamente
In arabo sarebbe il contrario: prima avrei il viaggio رِحْلَةُ (rihlatu in stato costrutto) e poi le sue caratteristiche. Un esempio: رِحْلَةُ حَيَاةِ فَرَاشَةٍ (riḥlatu ḥayāti farāšatin, viaggio-vita-farfalla). In questo caso non sappiamo fino alla fine del costrutto se stiamo parlando di una farfalla qualsiasi o di quella farfalla lì: scopriamo che si tratta del viaggio della vita di una farfalla quando alla fine troviamo il tanwin che segnala indeterminatezza. Non essendoci l’articolo al-, e non essendoci altre parole dopo a cui legarsi, il tanwin può finalmente apparire per marcare l’indeterminatezza. Questo, invece, sarebbe il viaggio della vita della farfalla رِحْلَةُ حَيَاةِ الْفَرَاشَةِ : compare l’articolo al- e scompare di conseguenza il tanwin.
Quando gli studenti si immergono nelle Komposita, di solito incontrano l’esempio allucinatorio della famosissima (fra i cultori della lingua) legge, ormai abrogata, Rindfleischetikettierungsüberwachungsaufgabenübertragungsgesetz (manzo-carne-etichettatura-sorveglianza-compiti-delega-legge). Un bel pezzo di manzo.
Può la costruzione della frase raccontarci qualcosa del popolo che la usa?
Carico cognitivo. Pazienza e memoria.
Arabo
Un parlante arabo ha un carico mnemonico minore in quanto il nucleo viene prima delle specifiche. Certo, aspettare l’articolo determinativo finale o il tanwin mi tiene con il fiato sospeso perché l’informazione sulla determinatezza mi arriva all’ultimo — ma non ho altri aspetti in sospeso e so già di cosa sto parlando.
Tedesco
Un parlante tedesco dovrà tenere in sospeso diverse informazioni senza sapere esattamente a cosa si riferiscano fino alla fine. Nella frase d’esempio sul viaggio della vita della farfalla, avrà l’informazione di vita e farfalla, ma potrebbe essere qualsiasi cosa: un quadro, un documentario, un libro… o un viaggio. Da questa analisi, per me, il parlante arabo è sintatticamente impaziente mentre il tedesco è paziente; al tedesco si richiede una grande memoria di lavoro, mentre all’arabo meno.
Ebraico
Per il mio cuore, l’ebraico è un acceleratore di particelle. Se in arabo “prendo per buono” un enunciato aspettando di validarlo dalla desinenza del caso o dal tanwin che cade, in ebraico ho accesso alla massima velocità di decodifica. La contrazione della parola (lo stato costrutto) agisce come un segnale acustico quasi istantaneo. Quando in un dialogo sento beyt invece di bayit, il mio cervello ha già processato il legame prima ancora che la seconda parola venga pronunciata. Ecco ciò che amo: è un sistema a bassissima latenza che mi proietta direttamente nel cuore della relazione senza perdere pixel, per così dire. Arriva a eliminare il superfluo morfologico per incollare i concetti degni della velocità del pensiero.
Comportamento. Precisione vs flusso.
Arabo
In arabo, ormai lo sappiamo, lo stato costrutto è analitico. Posso aggiungere anelli alla catena (riḥlatu ḥayāti farāšati…) quasi all’infinito senza cambiare la struttura delle parole precedenti. Questo mi suggerisce senza dubbio un comportamento comunicativo che procede per approssimazioni successive. Posso leggerci un sistema di adattamento quasi ruffiano che cambia dinamica con il discorso, un go with the flow.
Tedesco
Nel tedesco, al contrario, devo avere il concetto ben chiaro prima di iniziare a enunciarlo, perché il risultato sarà monolitico (indistruttibilen! Cit. Gli Atroci), un culmine della pianificazione: la natura “chiusa” del pacchetto nominale riflette un comportamento comunicativo che richiede di aver categorizzato l’intero concetto prima ancora di iniziare l’emissione sonora, impedendo inserimenti estemporanei. Col cazzo, che improvvisi.
Mi chiedo se questo sia la causa o l’effetto di un approccio comportamentale basato su pianificazione e categorizzazione. Se lo sono chiesti anche gli amici Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf . Ne parlo qui.
Ebraico
L’ebraico, sempre secondo il mio parere, si posiziona a metà strada: pur essendo analitico come l’arabo, tende a cristallizzare molte catene in termini fissi (es. beyt sefer, “scuola”, letteralmente “casa del libro”), mostrando un’inclinazione verso la lessicalizzazione che l’arabo classico tende a evitare.
Tutto subito o viaggio verso qualcosa?
Arabo
In arabo andiamo dritti all’essenza di qualcosa e poi ci dedichiamo all’orpello, al decoro, alla specifica. È sicuramente una visione che permette elasticità in itinere, e anche di piegare la morfologia a seconda della contingenza. Lo trovo un meccanismo molto vincente in termini commerciali.
Tedesco
In tedesco mi frega meno che una rosa sia una rosa e molto di più delle emozioni che mi suscita, del significato che io le attribuisco, del percorso di avvicinamento che faccio verso di lei. Parlarti del contesto ti offre un vantaggio competitivo, perché ti sto mettendo nelle condizioni di avere più dati per comporre il tuo panorama di senso prima di arrivare all’essenziale. L’essenza tedesca arriva per ultima, per emersione, dopo aver spelato ogni strato di possibile. L’identità dell’ente è il risultato di una sintesi dialettica: la “cosa” non esiste se non come punto d’arrivo di una serie di attributi. Se per il semita la realtà è un’espansione del centro, per il germanico è una costruzione modulare verso un fine.
Ebraico
L’ebraico segue la visione centrifuga di matrice semitica, ma la sua tendenza a fondere i suoni suggerisce una percezione della realtà in cui le relazioni sono così strette da alterare l’essenza stessa della cosa (la parola cambia suono per legarsi). D’altronde l’ebraico non ha un limite nella generazione di pensiero sia in estensione che in profondità. Per me è la lingua del pensare che parla di spazi liminali senza banalizzarli mai.
Ubbidienza ne abbiamo? Nì, sì, no.
Infine, la struttura grammaticale parla sicuramente anche dei modelli (culturali) di aggregazione.
Arabo
In arabo, la dialettica tra presenza e assenza del tanwin descrive una società di individui distinti legati da un contratto sintattico esplicito; la gerarchia è chiara, ma non annulla la sovranità delle parole. L’ebraico moderno accentua questa vicinanza, accorciando le distanze fonetiche e creando legami più intimi e indissolubili.
Se penso all’ubbidienza dell’arabo non posso scinderla da ciò che è: la lingua del corano, immutata.
L’arabo presenta un’ubbidienza che definirei negoziata. Nello stato costrutto, le parole restano separate; non c’è fusione, ma un legame basato sulla rinuncia al tanwin. È una sorta di ubbidienza contrattuale: io rinuncio a un pezzo della mia autonomia (la nunazione) per legarmi a te, ma resto un’entità distinta. È un sistema che permette una certa anarchia controllata (mi si scusi il doloroso ossimoro): posso aggiungere anelli alla catena all’infinito, cambiando direzione in corsa. Il parlante arabo ubbidisce alla relazione, non necessariamente al sistema pre-pianificato.
Tedesco
Il tedesco incarna invece l’integrazione totale: il sostantivo rinuncia alla sua indipendenza per diventare un bullone funzionale di una struttura burocratica o tecnica più grande. Laddove l’arabo e l’ebraico mantengono visibili le suture del legame, il tedesco le fonde in un unico manufatto, trasformando la relazione in un’identità nuova e compatta che in inglese definiremmo seamless.
Non solo. Il parlante tedesco è, morfologicamente, portato all’ubbidienza. In un Kompositum, il sostantivo si sacrifica come singolo per rinascere come ingranaggio. Per costruire la frase, ogni parola deve stare al suo posto in una gerarchia rigida e prestabilita. C’è un’ubbidienza verso il fine ultimo (la testa a destra): il tedesco crea e accetta la sua epoché husserliana. Accetta il contratto di sospensione del proprio giudizio e dela propria identità per tutta la durata della parola, con piena fiducia nell’avvento del senso. È un’ubbidienza strutturale, sistemica.
Ebraico
È l’ebraico ad aggiudicarsi il premio anarchia di questa triade. Se l’arabo conserva la forma intera della parola e il tedesco la fonde in un blocco, l’ebraico la mutila per pura necessità di movimento. Una lingua tanto attenta a non lasciare nessuna strada intentata, nessuna tortuosità impercorsa. Se il territorio è complesso, la lingua dovrà inventare la sua agilità. L’anarchia dell’ebraico non sogna il caos grammaticale, né insurrezioni morfologiche. Semplicemente non ha un limite alla messa in discussione — e niente si salva da questo intervento chirurgico operato sulla parola. Non esiste una forma fissa tanto sacra da essere intoccabile. L’efficacia è la verità del momento e viceversa.

