Pornolinguistica | Bella senz’anima, ma in russo.
A differenza del caso genitivo indoeuropeo, la marcatura colpisce la testa, non il modificatore.
Esistono delle caratteristiche comuni all’interno del ceppo semitico: si perde l’articolo definito sul nomen regens; si assiste a cambiamenti fonologici (spesso vocalici) come riduzione vocalica, spostamento dell’accento, conservazione del suffisso femminile -t.
Non può mai mancare la prossimità stretta: i sostantivi sono adiacenti e non hanno prefissi (tranne in alcune lingue come l’ebraico). A livello semantico, la costruzione è definita se il rectum è definito. Nelle lingue con sistema casuale (accadico, arabo classico), il rectum è al genitivo, rendendo la costruzione doppia-marcata.
Cosa intendo per sistema casuale
Sistema casuale non significa a cazzo (anzi, purtroppo per noi), ma sistema di casi grammaticali. Il latino classico, il tedesco moderno, il russo, l’arabo classico e l’accadico (per i più nerd) sono tutti a sistema casuale. Nomi, pronomi e aggettivi cambiano forma attraverso desinenze o alterazioni morfologiche specifiche. In italiano le funzioni dei casi sono state appaltate alle proposizioni: di casa, a casa, da casa (e non di casa, a casu, da casi).
Le lingue con sistema casuale si contrappongono alle benedette analitiche le quali, invece di cambiare la forma del nome, si accontentano di preposizioni, particelle e ordine delle parole. Stranezza: sia il tedesco che il russo sono lingue casuali, ma il tedesco ha una struttura della frase molto rigida, mentre il russo vale tutto. Un classico esempio è quello del cane che morde l’uomo.
Doverosa premessa. Una delle difficoltà della lingua russa è comprendere e memorizzare l’uso dei casi (ricordo che c’è anche differenza fra agente animato e non animato). Al nominativo abbiamo il cane собака sabáka, che all’accusativo sarebbe собаку sabáku. L’uomo è человек čelovék al nominativo e человека čelovéka in accusativo (animato).
Si può scrivere:
Собака кусает человека Sabáka kusáet čelovèka (cane – morde – uomo)
Человека кусает собака Čelovèka kusáet sabáka (uomo complemento oggetto – morde – cane soggetto) anche se viene prima, non è l’uomo a mordere il cane :)
Кусает собака человека Kusáet sabáka čelovèka (morde – cane soggetto – uomo oggetto)
Собака человека кусает Sabáka čelovèka kusáet (cane soggetto – uomo oggetto – morde)
Кусает человека собака Kusáet čelovèka sabáka (morde – uomo oggetto – cane soggetto)
Una volta assimilato questo, si può procedere con la magia. Avendo degli ingredienti che portano addosso la loro funzione, anche mescolandoli la frase resta comprensibile, ma cambia totalmente la sfumatura.
Il fenomeno dell’animazione grammaticale (termine che ho inventato io, siate clementi)
Nell’esempio qui sopra ho trattato il cane come agente animato (e ci mancherebbe). In russo il fenomeno prende il nome di oдушевлённость (oduševlënnost’), parola che deriva dalla radice душа (dushà), anima. Umani, animali e ciò che è dotato di anima finiscono insieme nella stessa categoria grammaticale.
A me non è mai sembrata solo grammatica, quanto piuttosto una картина мира (kartina mira), una rappresentazione del mondo linguistico slavo.
Per esempio, la categoria “dotati di anima” va in contrasto con visioni più antropocentriche (es. Cartesio, che vedeva gli animali come meccanismi senza anima). In russo, cane, cavallo o lupo sono soggetti allo stesso livello semantico degli umani, cosa che suggerisce una percezione più inclusiva della coscienza e dell’agency negli esseri viventi. Non solo.
Ipotesi di Silverstein
Nel 1976 il linguista americano Michael Silverstein pubblica un articolo seminale intitolato Hierarchy of Features and Ergativity.
In questo paper teorizza una scala universale che classifica i referenti nominali (pronomi, nomi propri, nomi comuni) in base a una naturalness semantica: quanto è naturale (o prototipico) che un certo tipo di nominale funga da agente (A) in una frase transitiva e, inversamente, quanto sia naturale che funga da paziente (P, oggetto). Scrive Silverstein:
This hierarchy expresses the semantic naturalness for a lexically-specified noun phrase to function as agent of a true transitive verb, and inversely the naturalness of functioning as patient of such.

La gerarchia di Silverstein
Primo posto pronomi 1ª persona (io/noi – speaker)
Secondo posto Pronomi 2ª persona (tu/voi – addressee)
Terzi classificati Pronomi 3ª persona / nomi propri / umani definiti
Quarto posto Nomi umani comuni
Quinto posto Animati non umani (animali, insetti, ecc.)
Sesto posto Inanimati (oggetti, piante, concetti astratti)
Successivamente la piramide è stata trasposta in senso lineare. Viene più o meno così:
speaker > addressee > 3rd person > kin/rational > human > animate > inanimate
Più si è a sinistra, più si è alti in rango. Più si è a sinistra, più è naturale ricoprire il ruolo di agente e meno marcatori servono per sottolineare la deviazione rispetto allo standard.
Questa teoria ha due implicazioni fondamentali. Prima di tutto, un agente naturale è qualcuno/qualcosa posizionato in alto nella scala di animacy (per esempio, un io umano che colpisce qualcuno è più prototipico di una pietra che colpisce qualcuno). Di conseguenza, le lingue tendono a marcare quando un elemento compie o subisce un’azione controintuitiva.
Questo porta a split (scissioni) nei sistemi di allineamento argomentale (ergativo, accusativo, ecc.), differential object marking (DOM), word order preferences, ecc.
La mia teoria psicolinguistica a partire dal confronto fra lingue ergative e non ergative o split-ergative
Prendiamo in considerazione due lingue: una non ergativa e una ergativa. Quella non ergativa, come l’italiano, ha una costruzione nominativo-accusativa nella quale il soggetto non prende altre particelle. In una lingua ergativa o split ergativa, il soggetto prende delle particelle a seconda delle regole specifiche.
Nelle lingue nominativo-accusative come l’italiano, l’inglese, il russo, il francese, ecc.), il soggetto (sia di verbi transitivi che intransitivi) è tipicamente non marcato o marcato allo stesso modo (nominativo), senza particelle/casi aggiuntivi specifici per distinguere il soggetto transitivo. È come se il soggetto bastasse a sé.
Nelle lingue ergative o split ergative, il soggetto di un verbo transitivo riceve spesso una particella o una marca specifica (il caso ergativo), mentre il soggetto di verbi intransitivi e l’oggetto transitivo usano la stessa forma (assolutivo, spesso non marcato o con zero marking).
Italiano
Il ragazzo corre
Il ragazzo ha mangiato la mela
(il ragazzo resta uguale)
Hindi
Il ragazzo corre (verbo intransitivo, niente marking)
Il ragazzo-ne ha mangiato la mela
(il ragazzo assume il caso ergativo e prende la particella ne, ma solo al passato)
Dyirbal
[Ŋuma banaganyu] Il padre è tornato (Ŋuma è il padre al nominativo/assolutivo, il verbo è intransitivo, niente marking)
[Yabu ŋuma-ŋgu buṛan] Il padre ha visto la madre (verbo transitivo, marking ergativo sul padre. Letteralmente: madre padre-ngu vide)
La percezione di sé può cambiare?
Sono convinta del fatto che le differenze nelle marcature del soggetto producano nello stesso una diversa percezione di sé. Naturalmente la mia è una supposizione e non sto trovando studi a supporto della mia teoria,
In alcune ergative (come punjabi e hindi) i verbi di stato emotivi o involontari (ridere, tremare, venire fame) tendono a non assegnare ergativo all’agente, perché l’evento è percepito come incontrollabile. È impossibile che questo non si rifletta sul senso di agency del soggetto. Credo anche che questo possa rinforzare una visione più fatalista in generale.
Possiamo quindi considerare alcune lingue ergative appartengono e come queste mettano enfasi su collettività, processi naturali o fatalismo. Il mio problema però è questo: è vero che oggi si tende a rigettare la versione hardcore di Sapir-Whorf, mentre la si accetta nella sua versione soft; si tratta allora di una coincidenza o una vaga correlazione o di una causalità comprovabile? La relatività linguistica debole suggerisce che la grammatica può rinforzare o salientizzare certe visioni del mondo, non determinarle. Gnè.
Forse per una questione di dimostrabilità immediata, la parte più polposa di ricerca sulla relatività linguistica moderna si concentra sulla percezione di colori, spazi, moto e tempo nelle varie culture. Un verbo transitivo implica causalità diretta (causo un cambiamento in te), che è cognitivamente più costoso: richiede tracking di almeno due entità (agente + paziente), più intenzionalità. Senza marker, il soggetto potrebbe sentirsi debole o l’enunciato potrebbe essere ambiguo. Quindi…
E se le particelle ergative spostassero la percezione di centralità del soggetto rispetto all’oggetto dell’azione?
Se lo fortificassero, in qualche modo? Se avessero una funzione prostetica nei confronti di un soggetto che “da solo” avrebbe più difficoltà ad affrontare il verbo transitivo?
Il marking ergativo toglie l’ambiguità e la possibile incomprensione su chi fa cosa: e se fosse una necessità emersa in contesti tribali, dove tracciare un confine chiaro mette al sicuro da faide e disgrazie?
Se l’ergativo fosse un ancoraggio e un rafforzativo?
Inoltre, potrebbe influenzare sia l’autostima che il locus of control: e se i parlanti ergativi si sentissero più potenti solo in contesti transitivi, ritornando alla loro dimensione standard in contesti intransitivi e quindi trovassero in questo sistema un incoraggiamento alla percezione di sé come adattabile, ma non onnipotente?
[Questa sfumatura dell’agency nelle varie lingue mi ha sempre affascinata e perseguitata. Dedicherò a breve un articolo solo a questo]
La questione dell’animazione in russo.
In russo gli inanimati restano nominativi (per esempio, in vedo un tavolo, il tavolo nominativo стол resta uguale all’accusativo вижу стол.
Gli animati (sia umani che animali), all’accusativo prendono la forma genitiva. Per esempio, вижу человека (letteralmente vedo di un uomo) o вижу собаку (vedo di un cane).
Questo è l’esempio di uno split accusativo basato su animacy: oggetti alti nella gerarchia sono “marcati” (come se fossero più sensibili o prototipici pazienti).
Una visione antropocentrica
Noi umani percepiamo la realtà partendo da noi stessi (speaker/addressee al top), poi altri umani, poi animali (perché simili a noi in agency, movimento, coscienza), infine oggetti inanimati (passivi, senza intenzionalità).
Questo ha radici cognitive: l’animacy è legata a prototipicità (agency, movimento autonomo, intenzionalità, empatia).
Riprendendo la gerarchia di Silverstein (hypothesis di Silverstein o animacy hierarchy) umani > animali > piante > oggetti > astratti, possiamo vedere come questa gerarchia sia grammaticalizzata rigidamente, influenzando sintassi e morfologia. Su un piano filosofico, codifica una naive ontology (conoscenza ingenua del mondo) dove il vivente è distinto dal non-vivente in modo netto, ma con animali vicini agli umani, forse eco di tradizioni popolari slave o pagane pre-cristiane, dove animali avevano spiriti o ruoli mitici.
Gli spazi liminali fra essere umano e animale sono fonte di tantissime storie in tutte le tradizioni, ma mi limito a citarne una presa appunto dal folklore slavo.
Un principe è costretto a sposare una rana, che di notte si trasforma in una bellissima principessa (Vasilisa la saggia), maledetta da suo padre Koschei l’Immortale o da una strega (la narrazione cambia a seconda di come è stata tramandata oralmente). La trasformazione è ciclica: rana di giorno, umana di notte. Il principe, impaziente, brucia la pelle di rana per rompere la maledizione, ma questo causa la separazione: Vasilisa viene rapita e lui deve intraprendere una quête per ritrovarla. Mi ricorda decisamente Ladyhawke, anche se nel caso della principessa ranocchia ci sono moltissime varianti sul tema del finale.
Le strutture linguistiche portano anche questo: la magia di scambi, seppur temporanei, di coscienza.
[Nell’illustrazione c’è scritto ПОЗД-РАВ-ЛЯЮ!, che può significare sia congratulazioni che auguri a seconda del contesto. La radice del verbo è -здрав, salute, dal paleoslavo zdravъ; pо- è un prefisso che indica direzione, movimento verso.]

Abbiamo già visto nei paragrafi precedenti come l’одушевлённость, categoria grammaticale russa, classifichi i sostantivi in base al grado percepito di senzienza o vitalità, distinguendo tra одушевлённые (animati) e неодушевлённые (inanimati). E i robot?
Il sostantivo робот (robot) è grammaticalmente одушевлённое: si dice вижу робота (vedo un robot). Un simile trattamento riflette l’antropomorfizzazione tipica della fantascienza, dove i robot possiedono agency, emozioni e coscienza. L’одушевлённость qui non deriva dalla biologia, ma dalla proiezione culturale di tratti umani.
Sostantivi come вирус, микроб, бактерия (virus, microbo, batteri) cambiano il loro status a seconda del contesto. In un laboratorio scientifico tendono a essere inanimati, poiché l’agency spetta anche culturalmente al soggetto che li studia. Per questo dirò изучаю вирусы (studio un virus — beh, io non lo dirò mai di sicuro! Ci siamo capiti!), ma se devo fare riferimento a un comportamento del virus, a qualcosa che lui fa attivamente, allora si comporterà da agente animato: поглощать вирусов (letteralmente “fagocitare di virus”).
Credo che, al di là dei tecnicismi, questa oscillazione rifletta la nostra posizione di frontalieri incerti tra vita e non-vita nella biologia moderna. L’anima è lo stato primordiale della coscienza? Questo, mi chiedo.
Una curiosità per chi ha avuto l’ardire di arrivare fin qui. Il verbo russo поглощать (pogloščát’ – fagocitare, inglobare) deriva dalla radice глот (glot), la stessa di глотать (ingoiare/deglutire). In termini di Gabelentz, è una parola che mantiene un forte legame visivo con l’azione fisica di mandare giù, anche quando usata in contesti scientifici astratti.
Ipotesi Sapir-Whorf e percezione della realtà
Secondo l’ipotesi linguistica relativistica soft (Whorf, Humboldt), le strutture grammaticali modellano il pensiero.
Per esempio, se in italiano dico che ho incontrato un amico, non sono obbligata a dire se è un amico stretto o un conoscente, ma sono obbligata a rivelarne il genere (amico/amica).
In Cinese il genere non è obbligatorio, ma la lingua mi costringe a specificare se quell’amico è più vecchio o più giovane di me.
In russo, trattare grammaticalmente gli animali come viventi potrebbe favorire una maggiore empatia o riconoscimento della loro soggettività (capacità di soffrire, agire intenzionalmente). Alcuni studi sulla Weltanschauung russa collegano questa categoria alla percezione del mondo come diviso tra attivo/passivo, целенаправленный (tselenapravlennost’, finalizzato) vs. стихийный (stikhijnost’, elementare, spontaneo). Gli animali, compresi gli esseri umani, sono quelli che hanno un’intenzione.
Dov’è il limite? La pedina del cavallo negli scacchi, in russo, è trattata come animato perché, pur essendo una pedina, rappresenta un cavallo. Ecco che il confine, in russo, è tracciato dalla proiezione dell’agente invece che dal limite biologico. Abbiamo allora uno sconfinamento del vivente addirittura nel simbolico, che mi ricorda il concetto giapponese di Kami… ma questa è un’altra storia.

