Pornolinguistica | La lingua modella il carattere di un popolo… o viceversa?
Edward Sapir e il suo allievo Benjamin Lee Whorf sostengono, nella prima metà del Novecento, che la struttura della lingua parlata non sia solo un mezzo per esprimere pensieri, ma il telaio stesso su cui il pensiero viene costruito.
Secondo la loro tesi affascinante, se una lingua come il tedesco ti costringe a pianificare l’intera struttura del nome composto prima di pronunciarlo, il tuo cervello evolverà per adattarsi a una forma di pensiero più analitica e strutturata. Un parlante arabo o ebraico, invece, avendo una lingua che rilascia l’essenza in modo immediato (permettendo aggiunte successive), svilupperebbe un’attitudine più orientata al flusso, al contesto immediato e, in termini da navigatore satellitare, al ricalcolo. Secondo Sapir-Whorf è la lingua che tempra il carattere, insomma.
La critica di Noam Chomsky: il particolare risponde all’universale.
Un agguerritissimo Chomsky ribalta questa visione con la sua Grammatica Universale.
Secondo lui, l’essere umano parte da una biologia comune ed è innegabile che sia così. Le differenze tra arabo, tedesco ed ebraico, per esempio, sarebbero solo delle variazioni di superficie che a noi appaiono immense, ma che in realtà sono soltanto parametri settati diversamente. Si spinge oltre: il modo in cui categorizziamo la realtà è universale e innato. La lingua, per lui, è un fenomeno particolare che risponde alla biologia universale. Quindi, nel suo caso, è il carattere (universale) che forgia la lingua.
Possiamo essere d’accordo sulla Grammatica Universale (UG), ma se il software è uguale per tutti, che cosa modifica i settaggi?
Chomsky teorizza che non spetti alla biologia fornire ogni dettaglio di ogni lingua, perché sarebbe un carico genetico assurdo. Il suo compito è creare lo stampo, il solco. I parametri sono degli shortcut che permettono alla genetica di essere snella, lasciando all’ambiente il lavoro di fino.
Guy Deutscher e il neo-whorfismo
Oggi molti linguisti hanno abbandonato entrambe le barricate in favore di sfumature e categorie non escludenti.
È ciò che sostiene Guy Deutscher nel suo celebre libro La lingua colora il mondo, per esempio.
La lingua non ci impedisce di pensare a certe cose, ma ci costringe a prestare attenzione a certi dettagli. Se il tedesco mi impone di fondere le parole per creare un concetto tecnico, la mia cultura sarà più portata a creare sistemi burocratici e tecnici complessi. Se l’arabo classico pone l’enfasi sulla radice e sulla derivazione tramite il tanwin e lo stato costrutto, la cultura sarà più sensibile alle relazioni di discendenza e all’essenza delle parole. Non siamo molto lontani da un circolo ermeneutico, evidentemente.
La cultura modella la lingua per rispondere ai propri bisogni, e la lingua, una volta fissata, educale generazioni successive a quel modo di vedere la realtà, a quella precisa sensibilità.
Nel dubbio, sono d’accordo con John McWhorter e la teoria dell’adattamento sociale
John McWhorter ritiene che la complessità morfologica dipenda dalla storia del gruppo sociale.
Ho teorizzato qualcosa di simile molti anni fa in merito all’arabo classico.
Il dogma dell’inimitabilità del corano stabilisce che il testo sia perfetto sotto ogni punto di vista: non solo nel contenuto, ma anche nella forma linguistica, quindi modificare la grammatica o la struttura della lingua sarebbe un gesto equiparabile al manomettere il lavoro divino.
Attenzione, una lingua deve comunicare nel proprio tempo, quindi ci si è organizzati con i dialetti locali (‘ammiyya) che assumono la funzione di lingua quotidiana, terrena — e arabo classico: immutabile lingua della religione, del diritto e della preghiera.
Sono certa che, senza il legame con l’Islam, l’arabo avrebbe probabilmente fatto la fine del latino: si sarebbe frammentato in diverse lingue nazionali perdendo la sua unità. La religione ha agito da collante, ma non solo. Ha costruito attorno alla lingua una fortezza culturale che si immette nel flusso del mondo, ma non si fa penetrare da nulla.
Un’altra ragione per la quale la lingua si adatta a pressioni esterne è quella dell’economia. Quando una lingua viene esposta a forti contatti ripetuti, migrazioni o simili, deve diventare velocemente uno strumento burocratico ed economico per molte persone. A questo punto, la lingua come entità tende a tende a pacchettizzare le informazioni in modo da ottimizzare la loro diffusione. Le Komposita tedesche sono un ottimo esempio di un modo efficiente per creare terminologia tecnica univoca in una società che si sta(va) burocratizzando.
Dopo la tettonica delle placche, la deriva morfologica del ciclo di Gabelentz

In Occidente siamo vittime designate del pensiero dicotomico, in Oriente abbiamo addirittura una linea temporale che non è una linea ma una spirale: a fine Ottocento il buon Georg cerca di unire tutto per rispondere alla domanda: perché le lingue non restano ferme?
La mia prima risposta sarebbe stata: perché gli esseri umani (che le parlano) si muovono.
Molte lingue iniziano come analitiche in uno stadio che si chiama isolante (con parole separate, come l’arabo). Col tempo, le parole usate spesso insieme si incollano permettendo un notevole risparmio cognitivo. La lingua, a sua volta, diventa agglutinante o composta, (come il tedesco).
Alla fine del suo ciclo, i pezzi incollati si usurano e diventano suffissi, oppure scompaiono del tutto. C’è indubbiamente un certo relativismo. In quest’ottica, il tedesco non è più razionale di una lingua semitica, ma è solo in una fase diversa del ciclo vitale rispetto all’arabo classico, che ha congelato la sua fase analitica per le ragioni che ho esposto sopra.
Per Gabelentz ci sono due forze psicologiche opposte che agiscono sulla lingua: l’erosione e l’innovazione.
Noi esseri umani siamo pigri, non c’è molo da argomentare. Lo siamo anche cerebralmente (altro discorso lungo). Tendiamo a pronunciare le parole con meno sforzo possibile, abbreviandole, mangiando le finali o fondendole. Le forme grammaticali complesse si logorano e perdono forza. Quando l’erosione rende la lingua troppo ambigua o debole, sentiamo il bisogno di rinforzarla creando nuove forme più lunghe, nella speranza di risultare più chiari e comprensibili.
L’ambiente e l’economia dell’attenzione
Forse le risposte che trovo più credibili, oggi che sono una vecchiaccia, vendono dalla Linguistica Cognitiva. Un popolo non sceglie la morfologia, ma ottimizza la lingua per assecondare i propri bisogni comunicativi prevalenti.
La cultura valorizza genealogia, tradizione e relazione di prossimità (chi è figlio di chi, chi possiede cosa)? Svilupperà una morfologia come lo stato costrutto che tiene sempre vive le connessioni tra i nomi.
La cultura vira verso la specializzazione degli oggetti (creare nomi nuovi per macchine, leggi, strumenti)? La lingua risponderà permettendo la fusione rapida di concetti in blocchi unici.
La lingua è un processo di relazione. Il popolo seleziona tra le infinite possibilità di mutamento linguistico quelle che meglio si adattano al suo stile di vita. Una volta che quella struttura (come la Kompositum o il tanwin) si stabilizza, essa diventa l’architettura entro cui le nuove generazioni imparano a pensare. Ecco il feedback loop perfetto: la necessità pratica crea la struttura, la struttura modella le mappe mentali, le mappe mentali rinforzano la struttura e così via.
La donna è un mobile
Prima o poi dovevo confessarlo e mi sembra il momento giusto. Da piccola pensavo che nel Rigoletto fosse presente la famosa aria “la donna è un mobile” e non capivo: a) che donne avesse conosciuto ‘sto povero disgraziato per trarne una legge universale b) come mai si riferisse a un mobile generico e non una credenza, un tavolo o una coiffeuse c) come potesse essere questo mobile: massiccio? Tarlato? E, naturalmente, d) cosa c’entrasse con la piuma al vento. Temevo che i mobili volassero, a un certo punto. Muti d’accento e di pensier.
Forse anche per questa ragione, quando molti anni dopo ho sentito Il complesso del primo maggio di Elio, non ho fatto una piega. Per me era il concetto era chiarissimo.

La musica balcanica ci ha rotto i coglioni.
È bella e tutto quanto,
ma alla lunga rompe i coglioni.
Certo ne avrei senz’altro tutta un’altra opinione
se fossi un balcanico,
se fossi un balcone
ma siccome non sono croato
né un balcone balcano
io non capisco perché tutti quanti continuano
insistentemente a suonare questa musica di merda.
Nella vita ho imparato a stare alla larga dalle teorie linguistiche a compartimenti stagni. Il filone che oggi mi interessa di più è un cocktail di linguistica storica, antropologia culturale, filosofia del linguaggio, rapporto fra lingua/società e una versione omeopatica dell’ipotesi di relatività linguistica di Sapir-Whorf.
Non è una teoria consolidata e non è neanche mainstream, ma è suggestiva e io voglio suggestioni.
Alcuni studiosi hanno notato che le lingue con strutture molto rigide e composte (come il tedesco) spesso si sviluppano in società che hanno avuto bisogno di standardizzare processi tecnici e legali molto presto. Al contrario, la flessibilità dello stato costrutto semitico rifletterebbe lingue nate in contesti dove l’oralità, la genealogia e la relazione dinamica tra le tribù erano (e sono ancora) il perno della vita sociale.
Jamme. Ja.
Il tedesco è famoso per la composizione nominale iperproduttiva e spesso estremamente precisa: le Komposita come Donaudampfschiffahrtsgesellschaftskapitän o Rechtsschutzversicherungsgesellschaften permettono di incapsulare concetti complessi in un’unica unità lessicale, con una struttura gerarchica chiara e prevedibile. Questa caratteristica si presta bene a contesti che richiedono precisione tassonomica e gerarchica.
Sctivi testi giuridici e amministrativi? Benissimo. Calcoliamo che la Germania ha una lunga tradizione di filologia e codificazione scritta fin dal Medioevo. Non mancano l’ingegneria e la burocrazia. Hai un grande sedimento filosofico? Perfetto. Avrai certamente necessità di comunicare mille sfumature senza che esse generino fraintendimenti o ambiguità. Heidegger, per esempio, è uno di quelli che ama le costruzioni nominali complesse per esprimere concetti astratti stratificati.
Un errore di interpretazione può produrre dei costi esorbitanti. Secondo questa teoria mista, la lingua risponde alla necessità storica di standardizzare i processi di una società frammentata (dal Sacro Romano Impero in poi).
Allo stesso modo, la lingua araba e precisamente lo stato costrutto risponderebbero alle esigenze di una società dove il contesto orale è molto forte e strettamente legato alla prossimità. Lo stato costrutto crea relazioni possessive, qualificative o associative in modo diretto — spesso addirittura ambiguo o polisemico. Questo sarebbe compensato dal fatto che, appunto, essendoci una forte tradizione orale, la possibilità di correzione o trattativa è implementata dalla gestualità e dalla prossemica.
Le lingue semitiche in generale sono figlie legittime della trattativa e della negoziazione da mercato, discendenti del discorso vivo dove si intersecano con altre culture, pronte ad alzare la voce e l’asticella del pensiero nelle assemblee, aggiungendo sempre più dettagli a ogni storia.
PS: dello stato costrutto semitico (smikhut in ebraico e iḍāfa arabo) e della sua flessibilità ho parlato a lungo qui.

