LLM, in un certo senso.

uomo seduto a bordo piscina, tardo pomeriggio. Ha un'aria pensosa, lo vediamo in ombra e quasi di spalle. Alla sua sinistra, dei lettini. Lui è seduto su una sedia.

Scopare in ungherese. Ágota Kristóf, Sándor Márai, David Szalay.

Il magiaro non è sicuramente la mia lingua preferita. Mi è stata sempre glottologicamente nemico, seppur provi simpatia per il ceppo ugro-finnico. È che ho problemi con le persone (o le cose, o i concetti) che non si fidano — e ho sempre trovato che l’ungherese fosse malfidente, auto-isolato e senza pori, un’enclave agglutinata nel mare estroverso dell’indoeuropeo. Nessuna parentela. Nessun punto di contatto morfologico con i vicini. Cosa gli avremo mai fatto per meritare un tale trattamento?

Il mio primo contatto serio con il pensiero ungherese è avvenuto da tardoadolescente, con un magistrale László Mérő e i suoi Calcoli morali. Era il massimo della matematica che il mio cervello mi consentiva di comprendere, onestamente, e ne sono rimasta rapita. È stato il mio primo incontro con mio guilty pleasure dell’economia comportamentale. In quelle pagine tutto assumeva senso: l’umano declinato nelle sue fragilità, le transazioni, la cooperazione, le dinamiche psicologiche individuali e collettive che governano la nostra illusione della scelta.

Prima di lui c’era stato Esterházy, ma non mi aveva insegnato niente sulle donne che non sapessi già. Per un po’ l’ungherese è uscito dal mio radar, tornando di prepotenza sotto forma di Ágota Kristóf, un dono di Carmine Mangone. Scrittura maschia, asciutta, vertebrata. Ci sono delle strutture che hanno una spina dorsale, no? Si allungano da qua a là e si piegano all’occorrenza —ma ti viene da considerarle nella loro interezza. La Kristóf invece mi faceva inciampare nelle vertebre della narrazione, quando credevo di avere a che fare con un ammortizzatore, stavo leggendo una parola determinante. Mai nessuno come lei, per me: né prima, né dopo.

“Ma Ágota Kristóf scriveva in francese”, mi si dirà. So bene che il francese, nel suo caso, è stata una risposta immunitaria alla sintesi binaria trauma/rifugio ma, essendo figlia dell’etnolinguistica, credo che assieme alla prima lingua venga instillato anche un nucleo di pensiero. Una sorta di meta-euristica linguistica che precede la nostra peculiare comunicazione, una Weltansicht à la von Humboldt1, per capirci.

Meglio soli che indoeuropei

Se le mie premesse sono verosimili, non riesco a pensare a una lingua tanto inesorabile quanto l’ungherese. Prima di tutto è necessario introdurre il concetto di resistenza morfologica. Non è che gli ungheresi non abbiano mai assorbito parole dall’esterno, dai loro vicini. La sua rarità risiede nel fatto che si è lasciato contaminare dal lessico, ma non dalla struttura grammaticale. Il magiaro (dev’essere del segno del Toro, poco ma sicuro) non è l’unico caso di resistenza morfologica, ma è sicuramente uno dei più clamorosi.

Basti pensare che l’ungherese non ha un genere grammaticale di terza persona. Deglutisce. Il russo, oltre ad avere femminile, maschile e neutro, ha anche la variabile di agenti con o senza anima. Per dire. Il magiaro, no. Se la cava con ő per maschile, femminile, cose. ő forchetta, ő amico, ő tutto. Non sono stata l’unica a non dormirci la notte. Coltivavo il sogno romantico di una società più egualitaria, forse, ma Susan Gal (la nota sociolinguista che ha lavorato per anni con le comunità di confine austro-ungarico) mi ha regalato un’analisi più affascinante. In ungherese, tutto ciò che ruota attorno al corpo non viene immediatamente sessuato dalla grammatica e quindi ha bisogno di ulteriori mezzi di specifica: descrizione del contesto e gesto narrativo. Le lingue indoeuropee restano allusive e ammiccano. Il magiaro non fa l’occhiolino e risulta serio non perché ignori il gioco erotico, ma perché lo deve raccontare nelle sue istanze minime.

Se qualcun altro al mondo oltre a me subisce la fascinazione delle Komposita tedesche, proverà certamente un significativo arousal al cospetto della possibilità tutta magiara di costruire significati complessi in sequenze di suffissi che possono raggiungere lunghezze considerevoli. Tipo questa, una delle dieci parole che conosco, in realtà:
(respira)
megszentségteleníthetetlen­ségeskedéseitekért.

Significa, suppergiù, “a causa dei vostri ripetuti atti di profanazione” ed è una parola che suggerisco a tutti i viaggiatori di memorizzare perché così si pone la felice condizione di chiedere un kürtőskalács, dove si prende lo spostapoveri per Buda e poi sbam! “a causa dei vostri ripetuti atti di profanazione”.

La mia idea di sesso estremo

Quel cuore del Professor Emeritus Dan Isaac Slobin ha dimostrato come le lingue agglutinanti (primo premio: magiaro) tendano a incoraggiare una narrazione più analitica e sequenziale. Questo si traduce in una narrazione appoggiata strato su strato, come ere geologiche di senso. Per forza: se inizi a prenderti delle libertà sulla costruzione della frase così dipendente da suffissi topologici, non hai più una mappa per orientarti nel discorso.

C’è un’ultima sfumatura, molto più ricorrente e quindi meno eccitante, che però acquista un senso superiore nell’economia dell’espressione magiara: nella frase affermativa al presente, il verbo essere viene omesso. Ő boldog vuol dire letteralmente lui (o lei) felice. (Mi chiedo: come hanno tradotto in ungherese “Io Tarzan, tu Jane” per rendere il carattere primitivo dell’affermazione, se è esattamente il tipo di costruzione normalmente adottato? Se qualcuno lo sa…)

Che cosa possiamo ipotizzare? L’essere non ha bisogno di giustificare la sua presenza, perché se è qualcosa nel presente, è già nel qui-e-ora anche senza corsi di mindfulness. Ci sono tante cose, leggendo Ágota Kristóf, Sándor Márai e David Szalay, che danno la sensazione di contenere un numero preciso (e precisamente voluto) di informazioni.

Dopo l’incontro con Sándor Márai, a modo suo ugualmente scopereccio in punta di spada, duellante e rancoroso, ho un incontro con Szalay, Nella carne. Pagine e pagine di turbe emotive, relazionali, sensuali e sessuali mitragliate in dialoghi senza sorrisi. Niente di compiaciuto, niente che abbia bisogno di essere riletto perché venga assorbito. Quasi tutte le relazioni sono asimmetriche. Pagine crivellate, sesso senza felicità, senza tristezza, spesso senza sesso.

Speculazioni narrative nella carne

I lettini di plastica intorno alla vasca danno sulle torri – tre torri simili a schegge puntate verso il cielo, due delle quali hanno delle sfere blu infilzate sulla cima.
Apre gli occhi e le vede, a media distanza, puntate nel vuoto.
Di solito nel pomeriggio gli prende una specie di sonnolenza.
In un mondo dove lo spazio non esiste i suoni acquistano una qualità astratta.
Dei passeri.
Un elicottero.
Voci da varie distanze.
Qualcos’altro che non sa bene.
Passeri.
Apre gli occhi e trova le cose cambiate. Le ombre in punti diversi. La qualità della luce non proprio la stessa, più morbida, più opalescente, ora è all’ombra anche parte della vasca e l’acqua sembra piatta e profonda. Meglio fare l’ultima nuotata finché c’è ancora abbastanza sole per asciugarsi. Perciò verso le quattro si alza e raggiunge il bordo della piscina.

Nella carne
David Szalay

Questo passo mi ha completamente rapita. Mi si apre un paesaggio tumultuoso come solo un pomeriggio senza eventi può essere. La narrazione procede come una sceneggiatura, per precisi movimenti di camera. Slow crane down. In che senso lo spazio non esiste? È tutto lì, eppure è annebbiato dalla sonnolenza. Static long take.

Vedo il pomeriggio attraverso le sue palpebre semichiuse, stanche. Poi smetto di vedere, come quando si sta per cadere nel sonno ma si è ancora coscienti e si può pensare, di sé, che si sta per cadere nel sonno.

Sarà che negli ultimi mesi sono diventata più sensibile alle soglie. Che fra sonno e veglia abito un topos intrapsichico nuovo, totalmente uditivo. Sarà questo. Sarà aver compreso che il senso del ritmo è un battito biologico — e, spesso, la cosa che resta viva di qualcuno che ha smesso di essere.

Dei passeri.
Un elicottero.
Voci da varie distanze.
Qualcos’altro che non sa bene.
Passeri.

Non: dei passeri, un elicottero, degli altri passeri. Non: un elicottero, voci vicine e voci lontane (che arriverebbero in due attimi separati). Questa, per me, è la ricetta della perfezione. Dei passeri, alcuni passeri. Non tutti i passeri che l’udito può riconoscere, ma sicuramente dei passeri e non altri uccelli. Un elicottero, restando nelle cose che svolazzano. Voci da varie distanze sono un perfetto esempio di codifica incrementale2 di cui parla Slobin. C’è la simultaneità, ma una diversa distanza. Allora le voci mi arrivano impastate come se avessi tenuto giù il pedale del sustain (vizio che non mi sono ancora tolta, nota biografica), rovinando l’armonia con un eccesso di sovrapposizioni, ma descrivendo un campo di senso necessariamente erotico. Quello che si mescola, quello che non torna indietro. Coincidenza? Non credo.

In psicoacustica, la percezione di distanza uditiva si basa su un insieme di cue multipli integrati dal cervello in modo non lineare e spesso gerarchico. Sembra un ossimoro, ma funziona grazie all’unione di percezione soggettiva (non lineare dato che, per esempio, al raddoppiare della distanza, non mi trovo a sentire esattamente metà del suono) e un processing che non avviene su un piano piatto, ma gerarchico, perché il sistema uditivo procede dai cue grezzi verso l’astrazione. Fra i mille fenomeni affascinanti legati al modo in cui processiamo la distanza uditiva, credo meriti una menzione d’onore l’attenuazione spettrale: sappiamo che le alte frequenze decadono con la distanza, quindi le voci lontane arrivano più opache e con un timbro oscuro. Il cervello, essendo una macchina predittiva3, processa questo cue timbrico per predire la distanza.

A Szalay è stato sufficiente aggiungere voci da varie distanze per l’idea del disorientamento timbrico. Occhi impastati, mente annebbiata, voci che stanno come gli occhi e la mente. Ha detto: conflitto percettivo, frammentazione del Sé, riverbero, tentativo di ancoraggio, fluttuazione. Ha detto: attenzione, lettore, ché il paesaggio visivo e quello uditivo non sono sfondi. Attenzione, lettore, perché ho riempito un bidone di indifferenziata con l’ontologia reista e ho fatto spazio alle realtà affettive spaziali che modellano l’esperienza prima, molto prima, di ogni atto cosciente. Attenzione, stavolta lo dico io. Il disagio del protagonista non è psicologico. István non è confuso. István è ontologicamente deragliato. Sembra avere meno agency affettiva delle quasi-things4. Questo, ha scritto Szalay, senza scriverlo.

Qualcos’altro che non sa bene. L’ironia magiara, quel cliché del riso amaro di fronte all’assurdo storico. Perché citarlo, se così approssimativo? Perché fa parte della realtà. E, se fa parte della realtà, allora richiede uno sforzo di cronaca. Questo tipo di ironia non è facilmente rintracciabile, perché non gioca su opposti stridenti immediati. È un’ironia di fallimento carsico. Nella nostra società contemporanea, se ci sono dei buchi, corriamo a tapparli. Nella narrazione di Szalay, se ci sono dei buchi, intanto non neghiamo che ci siano dei buchi, poi ne citiamo l’esistenza senza sminuirli o magnificarli, infine coestistiamo. Al massimo, li scopiamo. Come in questo Trainspotting ungherese.

Passeri.
Il protagonista non è l’unico ad assopirsi. Anche la prosa lo segue. Lingua agglutinante, pensiero agglutinante. Muco. Non sono più dei passeri. Sono passeri. L’insieme è diventato più grande, contarli è irrilevante. Ora vengono citati solo perché sono una variabile simbolica rispetto agli elicotteri — variabili incorporate in un’atmosferologia agglutinata. Se li avesse descritti Murakami, ci avrebbe fatto un purè di scroto con una scrittura didascalica, inclusi tutti i passaggi mentali del protagonista, naturalmente diluiti in un ettolitro di paragoni banali. Per dire.

I passeri di Szalay sono un’estensione di quella carnalità e quella opacità che non si può dire, perché a malapena ci si ragiona sopra. Ne sono la causa e l’effetto. In piena narrazione assurdista, sono elevati a simbolo del fallimento della discretizzazione. Si può elevare un fallimento a simbolo? Sì. Noi tentiamo in continuazione di afferrare il senso del mondo attraverso categorie discrete: perché sono rassicuranti, perché sono ritmiche. Perché, attraverso di loro, ricaviamo l’illusione scintillante di una rilevanza statistica.

“Ma Szalay scrive in inglese”. Eh, ho capito. E sticazzi. L’ungherese come matrice pre-linguistica resta comunque qualcosa di pre-cognitivo, a mio avviso, con cui si può fare letteralmente l’elicottero.

Il sesso di questi scrittori, non importa se naturalizzati svizzeri o canadesi o chissà cosa, arriva a noi così spoetizzato che ci incute timore. Non riusciamo a capire se è meno umano in quanto roboticizzato o meno umano in quanto animalizzato. In verità il magiaro ha un’antica radice nomade-sciamanica5 della quale, a mio avviso, tramanda ancora dei segreti. Così lontano dal nostro vocabolario puritano, dal nostro prurito che richiede di girarci molto intorno e saltarci poco sopra — ecco che questo narrare scandalizza per il mancato bisogno di giustificarsi. Mancano all’appello il discorso alto e il discorso basso, volgare, della retorica dell’Europa Occidentale. E non è nemmeno grottesco. È semplicemente normale e come tale viene narrato. Un evento, una contingenza. ‘Sti magiari fenomenologi glottologicamente innati.

Eppure fa un certo effetto da Le vite degli altri. A tratti appare grigio e burocratico. Quando la Kristóf descrive abusi, lo fa senza far avanzare la falange linguistica dell’orrore. S’è capito, fa già orrore da sé. La meta-narrazione è assente perché non serve. Il resto sarebbe puro sadismo narrativo, gratuito e per nulla efficace nel contesto specifico.

Ciò che amo così tanto di questa letteratura è il modo in cui la prosa riesce a trattare allo stesso modo corpo, sesso, violenza, perdita e temporalità con la stessa densità informativa destinata alla descrizione di un pomeriggio in piscina. E non mi si dica che è nichilismo, perché qui ci si avvicina di più all’epoché husserliana e ai paradossi che hanno il diritto di continuare a essere paradossi, portatori di una criticità meno perversa di una soluzione forzata, senza sintesi alla fine del tunnel.


1 W. von Humboldt, La diversità delle lingue, Laterza 1991. Von Humboldt definisce la lingua non come prodotto finito (Ergon), ma come attività creatrice (Energeia): sostiene che ogni lingua abbia dentro di sé una peculiare visione del mondo, la Weltansicht. Per lui la lingua è das bildende Organ des Gedankens (l’organo formativo del pensiero).

2 D. I. Slobin, From “thought and language” to “thinking for speaking”, Rethinking Linguistic Relativity 1996. Nelle lingue agglutinanti come l’ungherese o il turco, i parlanti devono segmentare e assemblare esplicitamente i token semantici (come path, manner, cause, aspect, direction ecc.) attraverso suffissi cumulativi e trasparenti. Questo porta a una codifica incrementale del divenire: il pensiero di chi parla questa lingua è necessariamente orientato al processo, sequenziale, incrementale, appunto, e più facilmente analitico. Forse è più facile comprendere questa sfumatura contrapponendo l’ungherese alle lingue satellite-framed (come l’inglese) o verb-framed (come il nostro italiano o lo spagnolo), dove il significato è più “olistico” nel primo caso o lessicalizzato nel verbo principale, nel nostro caso specifico.

3 cfr. A. Clark, The experience machine, Penguin Books, 2024

4 cfr. T. Griffero, Quasi-cose. La realtà dei sentimenti, Bruno Mondadori, 2013

5 The Hungarian táltos and the shamanism of pagan Hungarians. Questions and hypotheses. Acta Ethnographica Hungarica, 2018.


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