LLM, in un certo senso.

Daniel Baremboim, la pausa e lo spazio.

“Il suono non è la musica. Il suono è il risultato. La musica è l’idea.”
Daniel Baremboim

Nel pensiero di Daniel Baremboim, la musica è più che interpretazione: è etica incarnata, atto filosofico, linguaggio universale che non ha bisogno di traduzione. Non esiste cesura tra pensiero e suono, tra gesto e concetto. La musica non è la forma che riempie il tempo, ma la modalità con cui il tempo si fa significato.

La pausa come spazio ontologico

Uno dei concetti centrali del pensiero baremboimiano è la funzione della pausa.
Per Baremboim, il silenzio non è mai vuoto: è pieno di intenzione, carico di memoria e di tensione. Una pausa non si esegue, si sostiene. È lì che si gioca il rispetto per l’altro, per il tempo dell’altro.

Questo concetto si collega direttamente al pensiero di Emmanuel Levinas e alla sua idea di responsabilità come apertura all’Altro: la pausa è l’istante in cui accogliamo l’imprevisto dell’altro, sia esso suono, essere umano, significato.

Interpretare come pensare

“Non si può suonare senza pensare” — sostiene Baremboim, e non si può pensare senza essere coinvolti nella forma sonora. La partitura è un enigma, non uno spartito: ogni esecuzione è un atto ermeneutico.

Come in Gadamer, l’interpretazione non è mai oggettiva né soggettiva, ma una fusione di orizzonti tra testo (partitura) e interprete. La musica di Baremboim è pensiero che si rischia, che si espone.

La politica come accordatura

Non si può tacere l’impegno di Baremboim nella creazione della West-Eastern Divan Orchestra, simbolo vivente della possibilità di dialogo tra opposti, tra culture che si percepiscono come inconciliabili.

Come dice nel suo libro La musica sveglia il tempo (Feltrinelli, 2009), “il suono non conosce confini”: eppure l’ascolto ha bisogno di educazione, di preparazione, di una grammatica empatica.
Suonare insieme non è essere d’accordo: è accettare di non essere concordi, ma di accordarsi.

L’inizio e la fine: da Bach a Boulez

Baremboim interpreta Bach come architettura del tempo, e Boulez come sfida al tempo.
In entrambi i casi, ciò che emerge è la centralità del pensare la musica come linguaggio in trasformazione. Nessuna nota è pura, ogni suono è figlio di un contesto, un frammento che si apre a infinite letture.

Filosofia dell’ascolto

Essere musicista, per Baremboim, è essere filosofo dell’ascolto.
Ascoltare è l’azione più politica, più delicata, più necessaria: è lasciarsi trasformare.

Come nella psicoanalisi lacaniana, dove la parola è un taglio e non un contenitore, anche in Baremboim il suono non consola, ma costringe a prendere posizione. Ascoltare è decidere.

Conclusione: il suono è solo il sintomo

Per Daniel Baremboim, il suono è il sintomo di un pensiero che vuole uscire dal corpo.
Il direttore d’orchestra è un mediatore di tensioni, un artigiano dell’invisibile, un coreografo del concetto.


Al fuoco! Dalla caverna al microchip con Eraclito, Bachelard, Lévi-Strauss e altri amici.

Sembra che il fuoco ci abbia inventati. Oltre la banalità del dualismo fonte di vita e agente di distruzione, in queste righe cerco di usare il fuoco come pretesto trasformativo. Fuoco come fucina dell’oltre e dell’alterità. Mi accompagnano Bachelard, Lévi-Strauss, Jung, Jankélévitch, Hillman e tanti altri, in ordine sparso.

continua a leggere

Il mio nome ha la sindrome dell’abbandono.

Sono venuta a cercarti, sabato mattina. Non c’eri, ti hanno spostata in un altro dipartimento.Meglio così, perché a voce non sarei stata in grado di spiegarti che il vuoto del dopo è pieno di cose. È vuoto, perché si sente, perché è quantistica per principianti della perdita. Non è completamente privo di energia o attività:…

continua a leggere

Prego.

Prego. Mi fa sempre sorridere, quando rispondo a un ringraziamento, affrettarmi ad aggiungere “non inteso come verbo”. Ma non siamo qui a constatare l’ovvio. Ecco che Carmine Mangone pulisce il cammino da dogmi e altari di ogni tipo, forzandoci a smettere di idolatrare la poesia come forma di preghiera. Casomai, ci concede il contrario. La…

continua a leggere

Carmelo Samonà. Fratelli.

La casa di Fratelli è un tempo coagulato. L’epidermide stessa della mente (sì sì, l’epidermide è l’organo più vasto che abbiamo, ma non ci pensiamo mai), una topografia chiusa in cui non si entra e dalla quale non si esce. Siamo nel 1978, quando esce il libro fratelli di Carmelo Samonà. Fratelli, senza articolo (cosa che mi…

continua a leggere

Armiamoci e patiamo: l’essere umano soffre la guerra e soffre se non la fa

La guerra come un fenomeno terribilmente umano (troppo umano!). Esploriamo, senza giustificarne gli effetti, le radici biologiche, culturali e psicologiche. Diverse teorie, da Lorenz a Mead, evidenziano come l’aggressività possa essere appresa e disimparata. Propongo una riflessione sulla necessità di scegliere la pace come appendice possibile della violenza evitabile.

continua a leggere

Si è verificato un problema. Aggiorna la pagina e/o riprova in seguito.