LLM, in un certo senso.

The Copernican System, an engraving from Johann Jakob Scheuchzer's 'Physique sacrée', 1731.

Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, il fallimento dell’immortalità nel nuovo libro di Carmine Mangone

Abbiamo ancora la capacità di stare in intimità con l’universo, riconoscendo che l’immensità non è una gerarchia verticale, ma lo sfondo privilegiato della vita? Chi sente russare le stelle ha rinunciato di rannicchiarsi sotto il mantello dello straordinario per abitare la realtà così com’è. Il titolo dice che Nessuno ci è riuscito. Prima di immergerci nel libro vero e proprio, sarà il caso di intenderci sui significanti.

Il Nessuno del titolo è volutamente lontano da un’entità astratta e rappresenta ogni vivente prima e al di fuori dell’esperienza poetica. Doppietta: il soggetto negativo (Nessuno) è seguito da un avverbio negativo di tempo (mai). Questi due elementi negativi hanno fatto un’esperienza di com-unicità, raggiungendo un accordo per concorrere all’intensità. Ciò che ne risulta è un effetto sospeso, esoterico-sapienziale, quasi biblico, in un certo senso.

Ogni scelta all’interno dell’opera merita un’attenzione filologica: gli appassionati lettori di Mangone non faranno fatica a risalire all’ascendenza latina nella costruzione della frase (nemo qui…); le immagini possibili generate da accostamenti impossibili sono tremendamente surrealiste; russare introduce un elemento carnale e anti-lirico che contende lo spazio poetico alle “classiche” stelle. 

La nostra idea di immortalità è fallimentare.

I lettori di Mangone conosceranno già il suo rifiuto della dialettica (in senso ontologico hegeliano, non nel senso pratico della discussione). Non potranno aspettarsi, quindi, che l’autore convochi il personaggio dell’Alchimista Flamel per fargli risolvere le nozze chimiche tra elementi. Qualunque cosa accada o ci si adoperi per far accadere, pare non si sia in grado di arrivare a una sintesi di purezza.

Nel momento in cui scrivo, i progetti di immortalità biologica sono ancora destinati a fallire.

È certo che Mangone non scriva di Flamel per nostalgia del “si stava meglio quando si moriva solo di vaiolo”, né come ornamento storico ruffiano utile alla narrazione. In realtà siamo tutti Flamel, alle prese con un’opera incompiuta (fosse anche solo la nostra stessa esistenza), una teoria che non si lascia indagare fino in fondo, una combinazione che sembrava giusta ma non ha prodotto la trasmutazione attesa. L’incompiutezza in sé non è una resa, ma la condizione strutturale del vivente. La vera alchimia, se esiste, abita esattamente quel fallimento.

Thomas Moore, nel prologo che accompagna Fuochi Blu di James Hillman, scrive: “[Hillman] deplora il fatto che la psicologia moderna abbia sostituito le idee con parole nominalistiche, allegoriche e prive di corpo [come i pensieri sovversivi del focolaio mentale dei 99 posse]. Oggi facciamo sondaggi, classifichiamo e scambiamo dati come se questo fosse pensare”. Oggi è importante più che mai diventare amici del fallimento: non che sia un obiettivo da incoraggiare ma, continua Moore, l’anima non va curata nel senso di riparata, perché è proprio attraverso la ferita e la distorsione che essa si manifesta. Come spesso accade, fare amicizia con una specifica oscurità ci rende immuni dalla tentazione di patologizzarla.

Fallimento 2.0

È indubbio che si sia immersi nella società della performance, ma quello che merita un approfondimento qui è la nostra idea di fallimento, cosa la precede e cosa la segue. Non è la prima volta che affronto questo tema, poiché ho fatto del disinnesco una specie di arte per una vita più armoniosa. Ho teorizzato una triade di fallimento – vergogna – riconoscimento… e mi tocca citare Hegel di nuovo, anche se stavolta ome influencer.

Axel Honneth parte da Hegel ma lo rende clinico. Parte dagli scritti jenesi, per essere precisi — cosa che non manca mai di farmi ridere perché penso ad Hegel così [si veda l’immagine suggestiva].

come da piccola immaginavo Hegel a Jena

Pensare che l’identità si formi all’interno del soggetto è un’illusione: l’identità si forma nello spazio fra soggetti, come spazi interstiziali fra cellule di un tessuto. Sempre secondo l’Honneth-pensiero, essendo relazione-dipendente, l’identità vive di tre tipi di riconoscimento: affettivo nelle relazioni intime, giuridico perché l’identità vuole essere riconosciuta nel suo diritto e sociale nella misura in cui essa contribuisce alla comunità. Il sé ha bisogno di molto altro, siamo d’accordo, ma senza questi tre pilastri, vacilla.

Prima di comprendere la vergogna, devo spendere alcune parole sul fallimento. In latino, fallere non significa sbagliare, ma ingannare o far inciampare qualcuno, farlo cadere senza che se lo aspetti. La radice PIE è *gwhal- colpire, ferire di rimbalzo. Una delle magie del fallimento è capirne l’etimo, dato che proprio nel nome risiede l’idea dell’inganno: qualcosa prometteva una direzione e non l’ha mantenuta. Siamo dunque dinnanzi a una mancata corrispondenza fra aspettativa e risultato. Quello che mi affascina è che in questa radice c’è più fatalismo che colpa. Il locus of control è fuori da me, o comunque io sono responsabile fino a un certo punto. Fallimento, fiore profumato del determinismo!

In italiano, fallire ha tenuto questa ambiguità fino in fondo. Si fallisce un bersaglio (lo si manca), si fallisce una promessa (non la si mantiene), si fallisce nel senso commerciale (si chiude baracca perché i conti non tornano): per me, il fallimento è sempre la rottura dell’implicito e, paradossalmente, la rottura dell’implicito è la condizione necessaria per poter narrare. Certo non dovrà stupirci che in tedesco fallire sia versagen (ver, particella che inverte il risultato + sagen, dire, quindi il “mancato detto”). Il verbo alternativo prefe di Heidegger è scheitern, letteralmente naufragare, sfracellarsi sugli scogli, che aiutame a di’ Sturm und Drang. Sorrido. Per la lingua delle Komposita, con un rapporto sempre dolorosamente preciso fra significante e significato, l’indicibile è sinonimo di fallimento. Per dovere di cronaca: in inglese fall e failure (caduta e fallimento) hanno la stesa radice, ma failure è successivo, perché emerso dalla necessità di identificare con esattezza, durante la Rivoluzione Industriale, un creditore insolvente.

E cos’è che trasmuta il dicibile in indicibile? La vergogna. Il fallimento procura una vergogna ontologica perché in ballo c’è una capacità di sopravvivenza: non si è riusciti a prevedere l’inciampo. Ho già affrontato questa tematica in passato quando ho parlato del locus of control nelle varie lingue, ma ora possiamo permetterci di andare più in profondità. Non si parla più della differenza fra lingue agentiche e non, ma della freccia della vergogna — e in che direzione punta.

Shame culture, guilt culture.

Le shame culture sono organizzate attorno alla vergogna pubblica, mentre le guilt culture hanno una maggiore propensione a usare lo strumento della colpa privata (Ruth Benedict, 1946). Lo studio della Benedict ha vissuto fortune alterne ed è stato criticato principalmente perché commissionato dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale avendo come oggetto la cultura giapponese. C’è una zona di interesse però che non può subire oscillazioni: il fatto che una società decida prima che cos’è il fallimento, decidendo quindi in tempo chi o che cosa sarà destinato a fallire, rispetto a cosa e con quali conseguenze.

Tangney, che negli anni Novanta ha misurato empiricamente la differenza tra vergogna e colpa all’interno degli stessi individui a prescindere dalla cultura di appartenenza, arriverà a criticare aspramente il lavoro di Benedict. La colpa, sostiene, è adattiva: riguarda un’azione, spinge alla riparazione e preserva l’autostima. La vergogna è invece la materia tossica: coinvolge l’intera identità, paralizza e distilla rabbia. La distinzione di Benedict tra culture diventa in Tangney qualcosa di più simile alle libertà di Frankl e assume una distinzione tra stati psicologici universali. Il problema non è più in quale cultura sei nato, ma quale delle due risposte emotive attivi quando le cose vanno storte.

Nota pittoresca: Heidegger preferisce lo sfracellamento navale di scheitern al non-dicibile di versagen. La sua “gettitudine [Geworfenheit] dell’Uomo nel mondo” avviene secondo il progetto, Entwurf, ossia ciò che è proiettato in avanti, ma gettato con una sfumatura che non suona molto distante dal concetto di “a cazzo di cane”. Ignorare questo è pura Uneigentlichkeit, inauthenticità: vivere come se il fallimento fosse un’eccezione alle regole del mondo o qualcosa che capita solo agli altri.

Sartre mette le mani avanti. Per lui, più che essere il rischio del progetto, il fallimento è la prova della libertà: se non potessi fallire, non staresti scegliendo davvero. (Io non la vedo così, ma con ogni evidenza io non sono Sartre).

Ciliegina-Cioran. Il fallimento (assimilabile peraltro al suicidio — che novità) è l’unica forma di lucidità accessibile agli esseri umani. Il successo sarebbe una forma di stupore organizzato, una specie di fumo negli occhi che induce una cecità temporanea e ci intrattiene prima di andare a ritirare il premio.

Torniamo alla triade fallimento-vergogna-riconoscimento. La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata. La vergogna dice: sono una cosa sbagliata. Honneth direbbe che la vergogna nasce quando il riconoscimento non è mai stato abbastanza stabile da reggere all’urto del fallimento. In Honneth il fallimento tocca soprattutto il livello sociale perché è soggetto a una stima approssimativa. Quanto produci? Quanto realizzi? Quanto fai? A differenza dei fallimenti affettivi o giuridici, che scricchiolano e si incrinano prima di cedere, i riconoscimenti sociali sono binari, o li hai o non li hai. Spesso vengono ritirati di colpo e la persona si trova in una condizione di Missachtung, misconoscimento. Non si riceve più l’attenzione che si riceveva prima. La vergogna da misconoscimento è più devastante della colpa perché, come abbiamo visto prima, la colpa riguarda un’azione non coincidente con l’identità di ciò che si credeva di essere e non si è più.

Mi sono concentrata così tanto sulle definizioni di fallimento e il relativo corredo di sfumature perché senza un minimo di riflessione su questo, le atmosfere di Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle potrebbero schiacciare il lettore con la pressione delle profondità concettuali del Mangone.

Quale immortalità

Il libro si apre con l’alchimista Flamel che dispera perché la sua Grande Opera non procede e resta una chimera: nonostante abbia eseguito correttamente le trasformazioni, le nozze chimiche non generano la purezza sperata. Eppure possiamo già intuire, leggendolo, come la sua incompiutezza sia l’unica alchimia davvero possibile. Non anticipo qui la struttura narrativa, ma ci sarà da riflettere. Cantava Freddie, who wants to live forever, when love must die?

Sconfiggere la morte non è una vittoria così grande, poiché il dubbio rimane: “dal momento del risveglio, la mia carne sarà definitivamente sacra o eternamente profana?

Quale poesia

Il cuore del libro affronta la distinzione cruciale tra la poesia umanistica e l’esperienza poetica. La prima è un esercizio tassonomico che cataloga sentimenti e tende a compiacersi della propria forma. Questa poesia ha assimilato i peggiori tic: dalla retorica più vuota al sentimentalismo a più alto indice glicemico. La rampa di accesso, comoda e invitante, vende l’illusione di una poetica mirabile poiché semplice, mentre è semplificata soltanto perché incapace di reali immersioni.

Si direbbe che una poesia con queste premesse conceda almeno il vantaggio di essere facilmente abbordabile, invece riesce a trovare un modo per scimmiottare l’esclusività. Appartiene ai circoli, alle forme tutelate, alle teste che annuiscono perché per godere di questo vantaggio corale è necessario essere d’accordo. Questa è la poesia che usa concretezza per dire: “hey, guardami, tratto il reale”, ma nella sua pretesa di essere indispensabile diventa un esercizio di disossamento.

L’esperienza poetica di Mangone è un evento corporeo e identitario che, per la gioia di Honneth, cresce florido negli interstizi del reale. Accade nel momento in cui l’individuo smette di essere una “macchina che si lamenta delle macchine” per riconnettersi alle sue coordinate essenziali come il desiderio, la lotta contro la finitudine e la ricerca di una soddisfazione che non sia merce. È uno spazio: spazio-persona, spazio-casa, spazio-cielo; ed è il momento in cui qualcosa si ricompone, transitoriamente, nel miglior modo possibile, ossia unendo i fattori essenziali del vivere senza subordinarli ad alcuna struttura eteronoma.

Non ci sarebbe nemmeno più bisogno di cercare di definire la poesia, né cos’è, né dove trovarla. Sembra che negli ultimi anni ci sia un’ossessione crescente nei confronti della definizione. Sospetto che questa corsa all’etichetta sia una forma di protezione del territorio pseudopoetico, sempre più vasto ma sempre più arido. La poesia del e nel 2026 è l’equivalente di una città vittima di overtourism: tutti ci vanno perché ci vanno tutti, nessun nativo può più abitare quel territorio, le persone si fanno dei gran selfie per sfamare i famelici fan. E Mangone si chiede: è questo che dovremmo proteggere dall’AI? Una poesia che ha imparato a sembrare se stessa, che va a capo quando ci si aspetta, che non mette a disagio e non altera la chimica del cervello? Ma prego, si accomodi l’AI, che scriva lei per chi cerca questo. I poeti residui scriveranno per gli alieni.

Poetico è il modo in cui organizziamo le nostre giornate, alleniamo il nostro intuito a tornare indietro con nuove informazioni; poetico è il tessuto delle nostre migliori relazioni e la schiuma di ogni naufragio. Ecco, in Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, Mangone si occupa di ciò che resta quando le macchine hanno preso tutto il resto.

Illustrazione dal libro del 1682 Theosophische Wercke da un concetto di Jakob Böhme

Quale compiutezza

Leggendo questo libro ti troverai a interrogarti sulla tipologia di immortalità che stai cercando. Sconfiggere la morte non è una vittoria così grande, scrive Mangone. L’immortalità, se privata della lotta contro la finitudine, si svuota di tutto ciò che la rendeva desiderabile. L’incompiutezza è la condizione strutturale del vivente, ma l’autore va oltre, trasforma l’incompiutezza in metodo. “Desiderare un metodo per realizzare la compiutezza, ma anche per far sì che quest’ultima non diventi una costrizione per il movimento stesso del desiderio.”

Quale perfezione

Di sicuro, non quella che siamo incoraggiati a desiderare in nome di uno standard. Per un certo tempo (forse una vita intera), il Mangone si è tenuto a distanza di sicurezza dall’idea di puro, forse perché lo trovava simile all’asettico e all’inutile. Non posso conoscere il suo pensiero con esattezza, ma posso ipotizzare che sia cambiata la prospettiva rispetto al termine (non rispetto al valore). Nei suoi ultimi scritti fa capolino una nuova idea di purezza, scevra da pregiudizi: il suo significato non è più “assenza di difetto”, ma una sorta di meraviglia transitoria che ci attraversa per un attimo senza possibilità di riduzione, senza necessità di redenzione. Questa purezza non è la perfezione di una superficie omogenea, l’inventario gioioso dell’albero, che chiude ogni anello attorno alla sua stessa crescita senza bisogno di urlare la sua esistenza. Un albero che celebra il lampo ideale dal quale nasce il tempo senza esprimere la sua collocazione impiegando distanze con l’universo. Dico albero, ma intendo tutto. L’attimo non negoziabile al quale faccio caso, del quale sento il respiro. Se presto attenzione (ed è bello prestarla, perché la si può prendere indietro, perché rimane nostra) alle stelle, forse posso sentirle russare.

Nel prossimo articolo: la postfazione di Filippo Pretolani a Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle.


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