Storia del quadro brutto ricamato male
Un quadro brutto merita una foto brutta.
Sono in questo mercatino e chiedo al venditore il quadro brutto ricamato male.
Lui si gira incredulo: non gli sembra vero di riuscire a disfarsi del quadrorribile e gli brilla lo sguardo:
per un attimo penso che voglia pagarmi per portarlo via, come fossi un netturbino emotivo.
Il quadro mi sbatte sulla retina con un compendio di tutto quello che diceva sempre e che mi orripilava.
Un buon sessanta per cento di quello che diceva si trova ricamato qui.
E lo ammetto, eh: da ragazza pensavo fosse finzione, cattoconsolazione entry level.
Ma, quando era il momento di cedere, non ha ceduto. Credeva davvero a ognuna di queste affermazioni.
Dopotutto, le sue ultime parole sono state: grazie per la giornata meravigliosa.
La giornata meravigliosa includeva pulizia e incollaggio della dentiera, lettura di poesie,
detersione di qualsiasi cosa uscisse da un corpo che stava facendo il check-out definitivo,
somministrazione di medicine con feedback positivo sul suo atteggiamento così docile e fiducioso,
altre detersioni, altre somministrazioni.
Queste banalità ricamate sul quadro brutto le diceva quando ero arrabbiata e mi arrabbiavo di più.
Le diceva quando ero triste e rispondevo: “che razza di senso dovrebbe avere ‘sta roba?”
Le ribadiva per arginarmi quando mi tuffavo nelle profondità dalle quali non sarei riemersa se non giorni dopo, pensando che una di queste frasi fosse il suo salvacondotto verso una dimensione di pace.
Invece era lì che partivano liti furibonde.
I nostri litigi avvenivano per una qualsiasi di queste stupide frasi di questa stupida lista.
Niente era in grado di farmi incazzare più di questi mantra che trovavo un insulto superficiale alla profondità del mio sentire.
Me le diceva quando ero felice e io cambiavo discorso per non accendermi.
Volevo essere io la responsabile della nostra felicità, non la vita.
Eppure la quintessenza della bellezza per me era vederla mangiare una coppa di gelato senza indugi, emettendo degli mmmmmh a ogni cucchiaiata di panna montata come se la stesse incoraggiando. E poi mi guardava, stringeva il primo arto che le capitava a tiro, mi baciava una guancia o il primo arto che le capitava a tiro e commentava soddisfatta:
<<Ah toi, che vita! Dureràla?>>1
Quando siete felici fateci caso, ha detto Vonnegut. Ma per me lo ha inventato la Silvana.
Dopo averlo sentito per tutta la vita, ho iniziato a credere che, oltre al beneficio di rendere ogni piccolo momento uno spettacolo impagabile, portasse anche fortuna.
Così a Ferragosto, al ritorno da un allenamento feroce alle sette di mattino, viva, in motorino, viva, con l’aria calda percepita come fresca a causa della mia temperatura, viva, con l’alba alle spalle, con l’ipotesi serena di un cappuccino verso casa, viva, con una direzione… ho detto ad alta voce: che vita! Dureràla?
Comunque le sue frasi restano cristallizzate dentro i nostri litigi con me adolescente e dentro le nostre gioie con me adulta.
Passa il tempo, lei muore, poi tocca a me, poi arriva un’altra me — e questa nuova me vuole il quadro brutto ricamato male.
Lo imbraccia sotto gli occhi interdetti di tutti gli astanti, prima come un fucile, poi come una croce, poi come una missione, poi come un poi.
Nessuno capisce perché lei voglia il quadro brutto. Lei non dà spiegazioni a nessuno.
Chiede a L. il permesso di posizionarlo momentaneamente nel mausoleo creativo, nella Wunderkammer dedicata a S.
Quando non è di corsa, cioè molto spesso, lo fissa per ore, ogni giorno.
Piange e sorride e lo recita ad alta voce come una preghiera, non come qualcosa di inverosimile.
Non lo fa per obbligo morale, né per compiacerla.
Mille volte al giorno queste affermazioni emergono dalle sue profondità spontanee come un rutto,
affascinanti come bollicine. Ma non se ne rende nemmeno conto.
Prima di andare a dormire, va a darle la buonanotte e controlla che il quadro sia ancora lì,
che la verità sia ancora lì, incorniciata e disponibile e orribile.
Sorride ancora perché lei aveva ragione sulla semplicità.
Era così facile, sì, ma è una scoperta recente.
Il quadro brutto ricamato male e il suo significato è dedicato a me perché me lo merito,
ma anche a Giovanna Rocco perché stiamo frequentando lo stesso corso obbligatorio di sopravvivenza a noi stesse
e a Lucia Paternollo perché il suo corso inizia adesso. La vita è la vita. Difendetela.
1<Ah però, che vita! Durerà?>>


