Cortile a Cleopatra. L’ordine delle cose in Fausta Cialente.
Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta ed aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole. La scimmia lo guardava, seduta come una donna, i gomiti sulle ginocchia; ogni tanto si tastava il ventre e se lo spulciava, oppure frugava col dito nel guscio vuoto delle nocciole che aveva raccolto nel cavo del tronco. Vecchio, il fico, e polveroso. Piccoli, i fichi, e immaturi, quasi bianchi. La scimmia li stuzzicava e sembrava che sorridesse. Quando ne ebbe staccato uno, strizzò con le dita brune un po’ del succo lattiginoso dove aveva rotto il picciuolo, guardò in basso e lo lasciò cadere sulla testa di Marco. Egli aperse gli occhi e in alto vide confusamente la scimmia, il fico, il sole.
Fausta Cialente arriva ad Alessandria d’Egitto nel 1921, dopo essersi sposata con il ricco e colto musicologo bibliofilo Enrico Terni. Inizia a scrivere Cortile a Cleopatra dieci anni più tardi, affascinata dalle dinamiche del quartiere e immersa nelle sue osservazioni. Il suo punto di osservazione è straordinario perché permette alla sua lingua di impastarsi con i colori locali e al suo pensiero di amare un territorio narrativo preciso. Dopo un po’ però sopraggiunge l’amarezza: le condizioni di estrema povertà degli abitanti della zona le diventano sempre più evidenti e intollerabili; cerca di avere l’appoggio del marito per aiutare tutti, senza trovare in lui alcun supporto. Nei romanzi del dopoguerra denuncerà il comportamento dell’alta borghesia alessandrina. Questo libro non ha avuto meno avventure di colei che l’ha scritto. Torna in Italia, il manoscritto inizia a circolare negli ambienti letterari, ci sono applausi, apprezzamenti e nessun editore disposto a pubblicarlo. Nel 1933 Fausta scrive a Sibilla Aleramo dichiarandosi perfettamente scoraggiata dagli entusiasmi che non si concretizzano mai e dagli ottimi giudizi che non portano a niente. Considera di abbandonare la scrittura.
Certo, la Cialente è sabbia nelle mutande per più di qualcuno. Il suo primo romanzo Natalia, per esempio, che vede esaurite velocemente le tremila copie della prima tiratura, finisce subito nel tritapensieri del regime: censurata, le viene imposta la revisione di due punti precisi. No a una scena lesbo e no una parte in cui svaluta la patria. Si oppone: preferisce rinunciare alla ristampa che emendare il suo scritto. Per fare pubbliche relazioni, sempre nel 1933 scrive un intervento all’interno del quale critica duramente le colleghe scrittrici, accusando la narrativa femminile italiana di avere un’ossessione autobiografica e mancanza di audacia nella forma. Ed è la sua audacia nella forma ad avermi colpita dalle prime righe.
Una scrittura tagliente da cronaca, cinematic da sceneggiatura — proprio come piace a me. Un libro senza dubbio godibile, polveroso e ricco di storie semplici, ma con una caratteristica particolare: una sintassi impossibile da mettere in relazione con altre del periodo, una retorica chirurgica. La sensazione è uno schiaffo piantato dritto in faccia. Soprattutto nella letteratura moderna è molto facile imbattersi in giochi letterari, magari anche riusciti, che però denunciano una mancanza di conoscenza delle regole. C’è modo e modo per infrangerle, naturalmente. Non si può tradire una regola sintattica leggermente, o abbandonare un pochino la traiettoria. La Cialente mi racconta cose straordinariamente normali mettendo i dettagli in un ordine che il cervello non comprende — così rimane lì, impigliato in una grammatica di opposti ribaltati (quindi dritti), strutture impossibili, sapori matematici non descrivibili altrimenti.
Vecchio, il fico, e polveroso. Piccoli, i fichi, e immaturi, quasi bianchi.
Predicativo, soggetto, predicativo. Predicativo, soggetto, predicativo. Hai a che fare con un romanzo e allo stesso tempo hai a che fare con la tua lingua. La cantilena, puoi sentirla nelle orecchie, ti culla al sole. Credo che il ritmo sia una di quelle cose che non si possono apprendere in nessun corso di scrittura. Le fanno schifo i confini. Mi è chiaro. Perché quando individuo una geometria, capisco che è lo scherzo ai danni di un’altra. Nel mondo che non voglio, la gente scriverebbe che il fico è vecchio e polveroso o che i fichi erano piccoli e immaturi, quasi bianchi.
Lavora sull’ellissi della copula erano. I fichi sono in senso parmenideo e non serve ribadirlo. Eccoci con una frase nominale. E cosa fa una frase nominale se non regalarmi un’epoché? Senza la mediazione del verbo, il giudizio si affloscia e scompare dalla narrazione. Non c’è qualcuno che si permetta di dire dall’esterno come siano i fichi — per quanto ne so, potrebbero essere loro stessi a descriversi.
Inversione. Sbatte il predicativo prima del soggetto. I fichi piccoli o i piccoli fichi diventano piccoli, i fichi. Come se parlare della loro dimensione fosse più importante della loro stessa categoria. Questa è, per il mio cuore, scrittura fenomenologica in purezza. Procede dalla sensazione all’identificazione, prima ho a che fare con qualcosa di piccolo e poi scopro che è un fico. Irrazionale, razionale.
Iperbato. La coppia banale sarebbe costituita da piccoli e immaturi, ma non per lei. Separandoli produce un ritardo sintattico, decisamente triangolare, dove l’essenza dei fichi svetta sul vertice più alto e in questa trinità, alla loro destra e alla loro sinistra, compaiono la piccola dimensione e l’immaturità. L’iperbato serve a mantenere una tab aperta e no, oggi forse non scriverò di Gestalt, ma ci siamo capiti. I fichi sono in mezzo alle loro qualità. Li immagino scortati dalle loro qualità. Le loro qualità non sono attributi che dipendono dalla ficosità, ma insieme formano allo stesso tempo una triade e un’unicità.
Segmentazione. È chiaramente una scrittura in versi, solo che ha più coraggio, più audacia. Non va a capo, resta orizzontale, ogni immagine è un nucleo fra virgole. Mi promette attesa e poi la toglie, perché la fotografia è contemporanea.
Ho sempre teorizzato che visione e scrittura appartengano a una stessa forma e che l’ordine in cui siamo portati a descrivere una scena sia schiavo di una schematizzazione pulita — niente a che fare con l’esercizio caotico del nostro sguardo.
Lungamente quella ruota aveva girato cigolando.
Anastrofe. Prima l’avverbio lungamente, poi il resto. Prima l’estensione, la fatica umana di un oggetto, il consumarsi della durata. Poi la ruota, poi il suono — anche lui sintomo sonoro di un esaurimento.
Egli s’addormentò e sognò di sangue: sangue di polli sgozzati, di conigli sventrati, di montoni squartati.
Anadiplosi. La parola che conclude il primo segmento è la stessa che apre il primo. La seconda occorrenza di sangue genera un accumulo insopportabile, fa procedere il ritmo aumentandone la frequenza. Il gradiente dell’orrore si amplia con la massa dell’animale e l’azione compiuta su di esso è sempre più dilaniante.
Il mare ingrossato dal vento si mise a battere contro il muro a nord. Aveva inghiottito tutta la spiaggia, gli parve, e voleva entrare, adesso, rombando, schiumando, a portarsi via le tracce di quel sangue innocente.
Inciso ritardato. Gli parve, ma dopo la certezza. Così io sono nella sua allucinazione e quella allucinazione è, per me, la realtà di una frazione di frase.
Sentì strisciare i piedi nudi dell’arrotino che se ne andava con la ruota sulla spalla.
No, non senti strisciare i piedi nudi dell’arrotino. Al massimo senti strisciare l’arrotino, che è a piedi. Invece quella che striscia qui è la condizione di nuda vulnerabilità dei suoi piedi, non piedi comuni ma piedi nudi di arrotino, estreme estremità stremate, incapaci di passi autentici.
Mescolare tritare bollire: fuoco fumo e aromi
Asindeto. No, ma crivellami pure con i proiettili senza congiunzioni. Tre azioni e tre elementi, nemmeno corrispondenti. Non mescoli il fuoco, non triti il fumo e non fai bollire gli aromi. In una forma così lineare prende vita il caos di azioni ed elementi che vivono in una dimensione contemporanea, sovrapposta, senza un rapporto di causa-effetto. È il ricordo infantile che osserva il lavoro e l’occhio infantile presta attenzione, poi la rivuole indietro per dedicarla ad altro, in un pellegrinaggio retinico di impressioni.
le persiane delle case intorno cominciavano a sorridere pitturate di fresco.
Personificazione. Non solo le persiane assumono un comportamento umano, ma mostrano gli effetti del lavoro del padre (pittore) sull’oggetto. È l’anima dell’uomo a sorridere attraverso la trasformazione e ciò che crea.
Voci di fanciulle nell’aria, d’improvviso, vennero a placare tanto disordine: erano voci fresche che andavano e venivano da un muro all’altro del cortile quadrato e come fili tessevano per il suo sonno un cielo di pace.
Non amo le similitudini, ma lei può. E comunque, pur essendoci una similitudine, siamo all’interno di una metafora continuata.
quel berretto basco messo all’indietro sulla nuca…
Aposiopesi. Cosa? Dimmelo. O non dirmelo, perché in alcune occasioni il ricordo va oltre il dicibile.
Sulla porta della bottega c’era scritto: Pittore-Decoratore, vernici e colla di prima qualità. L’insegna mentiva, la colla non aveva tenuto.
A questo punto siamo ancora nelle prime pagine e io sono già devota alla sua scrittura. In estate ho due riletture obbligatorie (secondo la mia mente, che altrimenti non mi dà tregua): la bella estate di Pavese e Cortile a Cleopatra della Cialente. Sono due calori diversi. Per svariate ragioni lo stile di Pavese è più sobrio, forse più pudico. La sua estate è una formazione, quella della Cialente è un dagherrotipo. La stagione di Pavese trasforma le persone, quella della Cialente le (in)segue in un piano-sequenza che registra ogni sfumatura interiore ed esteriore, testimoniando… ma senza trasformare.
La Cialente è un esercizio di ricomposizione, perché quando agisce sulle parole non si sa mai cosa taglierà, con quale enigma sintattico o retorico ci lascerà. Così la mia estate ha avuto il tempo biografico e la condizione dello sguardo, con il privilegio di addensarsi un po’ attorno al cucchiaio, ma anche sulla pelle e nel cielo.

